L’architettura è uno sport di combattimento

L’architettura è uno sport di combattimento” – conversazioni per domani – Textuel 2013 – conversazione con David d’Équainville. Prefazione di David d’Équainville

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Era l’ottobre del 2015 quando scrivevo all’architetto Ricciotti che non avevo avuto il piacere di incontrarlo in occasione di un pomeriggio dedicato dall’Amministrazione milanese all’architettura. L’architetto fu l’unico degli invitati a declinare l’invito. Non ho elementi certi per conoscerne il motivo ma mi piace immaginare che sia stato il titolo dato alla manifestazione – « Milano capitale del moderno » – a tenerlo lontano. E, mi permetto di aggiungere, giustamente. Il termine “capitale” già da sé ci suggerisce da tempo l’idea di un soggetto egemone e rapinatore. In quanto al moderno, non avendo avuto specifiche in merito da parte degli organizzatori, ho immaginato che si sia trattato di uno di quei termini svuotati di ogni significato che, nel caso particolare, recuperano quello di ammiccamento a quel tipo di edilizia alta che è stata sviluppata di recente nella città di Milano, rispetto alla quale qui e per ora non riporto alcun commento. Inviai una breve mail all’architetto Ricciotti, scrivendogli che avrei avuto piacere di incontrarlo, anche solamente per farlo partecipe delle mie impressioni relative al Museo Cocteau di Mentone, sua opera. Gli scrivevo della mia passione per Jean Cocteau e, più nel dettaglio, gli riferivo come le forme del Museo, viste da Ovest, in linea d’aria con il busto di Le Corbusier che sta a Cap Martin, ricomponessero uno dei segni caratteristici della città, cioè gli arconi che sono nella parte orientale della stessa e che ne rappresentano un’icona. In tal modo un’opera architettonica veniva a materializzare uno dei tratti fondamentali dell’opera di Cocteau: il doppio e che, nel capovolgimento dei rapporti spaziali, la quarta dimensione, nella cui selva delle definizioni teoriche ci siamo persi, diventava realtà. Annullate le costrizioni di coordinate geografiche, la relazione spazio – tempo si effettuava, rivelando la magia di un percorso che, dalla punta di Cap Martin, accompagnava Le Corbusier verso quella architettura, come un nuovo racconto emerso dalle pagine dell’Esprit Nouveau. Ci scambiammo in seguito due libri: il mio sull’architettura nel Bauhaus ed il suo, di cui riporto qui una sintesi commentata ed illustrata da immagini del Museo Jean Cocteau – Collezione Severine Wundermann, sia per una mia particolare affezione al Museo, sia perché sono le mie originali e che qui diventano patrimonio comune.

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Una delle prime constatazioni sorprendenti che si possono fare leggendo l’intervista fra il d’Équainville e l’architetto Ricciotti è la manifesta repulsione da parte sua, a differenza della quasi totalità dei colleghi, a fare della parola “spazio” il centro di ogni considerazione sull’architettura. Egli passa di lato a questa parola “decadente”, che ha mandato l’architettura in un museo e, quando anche lo faccia, incalzato dall’intervistatore, non ha problemi a pronunciarsi su questo “rantolo per oratori in mancanza di soggetti” con la stessa meditata schiettezza con cui realizza le sue opere. In sintesi: le disquisizioni sullo spazio appartengono ad un “ lessico da vecchi cons, che hanno passato davanti a uno specchio troppo tempo e pensano di averne ancora”.

Rudy Ricciotti (Algeri, 1952), si è formato come ingegnere ed architetto a Ginevra ed a Marsiglia. Ha realizzato, fra gli altri, lo Stadium di Vitrolles (1990), il MuCEM (Museo delle Civilizzazioni europee e del Mediterraneo) a Marsiglia (2002), il Ponte del Diavolo a Gignac (2005), il Museo Jean Cocteau – Collezione Severin Wundermann a Mentone (2007), il Museo della Romanità a Nimes (2012), la Tour Mirabeu a Marsiglia (2014), lo SMAC (Salle des Musiques actuelles) ad Aix-en-Provence (2015) .

Nel 2006 gli viene conferito il Grand Prix national d’architecture e Ricciotti, fedele alla sua indole, ritiene opportuno ed anche, per coerenza, doveroso, offrire la lettura del suo pamphlet sulle devianze di una professione pronta a recitare il nuovo dogma ambientale di alta qualità, a scapito del saper fare locale, ad un pubblico che, intervenuto per assistere all’incontro tra il professionista ed il Ministro della Cultura, si sente accompagnato al buffet finale dalle note di “Simpathy for the devil”.

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Le opinioni sulle opere di Ricciotti dividono sempre, scuotendo l’indifferenza e la letargia di un sistema votato all’acquiescenza ed al compromesso. Questo “carro funebre del pensiero” conforma ed attraversa i luoghi che influenzano le nostre forme mentali, dato che la nostra vita non esiste al di fuori di un contesto.

I segni esistono, stiano essi a rappresentare le eccellenze o, all’inverso, i luoghi comuni in cui è assente l’identità che invece li porterebbe ad aborrire il deserto della ripetizione, dove le architetture si ispirano le une dalle altre per fondersi in una sola identica credenza. A prevenire lo stato di assopimento morboso è utile porsi la domanda, come fa Ricciotti, se l’architetto sia o non sia capace di “ricostruire il mondo”, avendo a mente che tutta l’ampiezza dell’apparato politico lo attende al varco. Programmatori, esperti, amministratori, finanziatori sono gli elementi che portano alla sintesi del progetto architettonico ma è in questo intrico che va mantenuta in vita ed affermata la cultura critica che tiene in conto la dimensione sociale e poetica dell’architettura nella città e nel territorio.

Quali le responsabilità dell’architetto nell’indirizzare questa avventura? Se a Ricciotti viene chiesto quale sia il bersaglio su cui tirare da subito per dare un senso fattivo al lavoro dell’architetto, egli non ha dubbi: il cinismo, che uccide il pensiero, l’indifferenza che ha perso ogni senso di mordacità ed esala l’ultimo respiro quando sia già defunto il linguaggio, che ne è espressione.

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Sono di tutto interesse i parallelismi che Ricciotti traccia sovente tra segni e linguaggio, in architettura, come nel lessico, facendo notare come, a distanza di cinquant’anni dalla proposizione del minimalismo in architettura, ad una desertificazione del segno corrisponda una desertificazione della scrittura (intesa in senso non strettamente architettonico). A livello generale, l’ipertrofia del nulla fa sì che il nulla sia l’invadenza operata dal troppo, altra faccia di un’opulenza di facciata. Con lo stesso orizzonte cieco ricompare la sconcertante visione di un mondo obbligato all’alienazione, caricatura del “Playtime” (1967) di Jacques Tati, che già fu una preveggente parodia di una società prossima alla normalizzazione, dove non ha cittadinanza il segno distintivo, colpevole della sua sola esistenza, emarginato perché incapace di raccogliere consenso.

La colonizzazione delle abitudini abbrutisce i cervelli. Il tempo “unico” ed il luogo “unico” sottraggono all’uomo la nozione di spazio/tempo, che – sembra – sia una delle ultime che contraddistinguono l’uomo dal puro animale. L’estetica della mondializzazione ha colonizzato la maggior parte dell’architettura, anche alla piccola scala e quello che siamo abituati a chiamare “villaggio globale”, con i suoi usi, costumi e scenografie non è forse il risultato di un’economia drogata dalla cultura della cifra, dove l’assemblaggio di pezzi prefabbricati limita il lavoro sulle forme e sulle geometrie? La mancanza di nutrimento architettonico ed estetico non ha bisogno che di un catalogo per moduli e nel “massacro del desiderio”, è coinvolto anche il mondo della produzione artistica, cooperante con i precetti estetici della globalizzazione. Per l’artista e per l’architetto, nei loro specifici, l’alternativa per rendere nota la propria esistenza non è di essere costretti a creare opere stravaganti. Si può rifiutare la tirannia dell’eccezionale, come si può altresì rifiutare la tirannia del banale e sarà l’architetto a chiedersi se necessariamente egli dovrà essere un attore senza parte nella “farsa ridicola”, a cui contribuirà con rancore, fatalismo e mancanza di immaginazione.

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La città è un laboratorio poetico”, dice Ricciotti, commentando Arthur Cravan, il poeta proto dadaista che era uso richiamare l’attenzione dell’uditorio a colpi di pistola. In modo analogo si potrebbe richiamare l’attenzione di amministratori e finanziatori, per meditare che lottare contro l’assenza di scrittura che è rappresentata da una facciata liscia, è una questione di salute pubblica.

La professione di architetto dovrebbe continuare ad essere riferita ad un punto di vista estetico e ad un punto di vista scientifico che si sorreggono a vicenda e non semplicemente essere abbagliata dalle virtù delle lamiere dell’economia cinese delocalizzata e, contemporaneamente, dovrebbe opporsi a coloro i quali prendono decisioni politiche e culturali in favore di un’architettura consumatrice di tecnologia, ottusamente convinti di antiche fascinazioni per mitologie consumistiche. Non è qui fuori luogo ricordare le parole di Tomás Maldonado, quando, nella sua conferenza in occasione dello Stahlkongress in Lussemburgo (26 ottobre 1965), ricordava le ingerenze del mondo dell’industria in un campo che là era quello del disegno industriale ma che, per le strette analogie implicite, non impedisce di trasferirle a quello della costruzione. In sintesi, egli metteva in evidenza come l’industria dell’acciaio avesse dimostrato il proprio desiderio di sapere come, nel più breve tempo possibile, avrebbe potuto aprire nuovi campi di utilizzazione per del materiale che essa stessa produceva. Maldonado si auspicava che il mestiere del professionista non fosse semplicemente quello di lanciare sul mercato un particolare materiale. Le parole di Maldonado possono anche non rappresentare – come tutte le nostre parole – la verità assoluta ma ciò non toglie che esse, a distanza di più di cinquant’anni, non possano essere un invito a riflettere sui processi che hanno portato all’emarginazione delle culture – anche produttive – locali in favore di una uniformazione planetaria, al di sopra, al di sotto dell’Equatore, lungo meridiani e paralleli.

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C’è una possibilità che l’architetto non sia relegato al ruolo di sottoposto e che l’architettura non sia solo il riflesso dell’autoritarismo del mercato e della brutalità burocratica, dove, più che altri, gli architetti meno decisi stentano a non cadere nelle sue trame vessatorie e ricattatorie?

È ancora possibile controbattere all’omertà disgustosa, all’indifferenza che trasforma via via l’habitat in uno spazio mercantile prostituito? Il silenzio imposto impoverisce le esperienze umane e le parole abbandonate per strada amputano di pezzi interi l’esistenza e la memoria. Disarmata di segni distintivi, anche l’economia legata al mondo della costruzione perde il suo valore di ricchezza culturale e materiale locale; perde le sue identificazioni, se abbandonata ai colpi del minimalismo.

Non è fuori luogo pensare che, pure senza la stessa cultura dei Maestri – o forse proprio a causa di questo – gli architetti che hanno maturato nell’intervallo post – moderno le critiche più feroci nei confronti di un’architettura genericamente definita razionalista, funzionalista o moderna hanno da tempo cominciato a battere le strade che essi stessi avevano messo all’indice, esecutori materiali del colonialismo di cui accusavano i Maestri del Movimento Moderno. Le Corbusier primo fra tutti. La scomparsa del racconto architettonico trascina con sé la perdita dei mestieri o, per dirla con Ricciotti, “la globalizzazione pompa a suo profitto i dividendi delle nostre esperienze” e lascia la sua impronta edificata e pianificata. La si potrà distruggere, un giorno ma, nell’attesa, essa è là e si impone, fino a quando prevarrà un silenzio complice. Ma l’architettura non ha niente da guadagnare se si dà al silenzio, lasciando il terreno agli architetti sconosciuti al pubblico, ai maestri dell’ottimizzazione del rapporto superficie utile/costo di costruzione, quelli che realizzano le condizioni che la comunità dovrà sopportare e rimanerne influenzata. Il panorama conseguente? Segni poveri ripetuti fino alla nausea e lesioni irreversibili arrecate in nome degli interessi e della carriera, supportati da opinioni conformi ai pareri di chi è eletto giudice.

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È necessaria una figura di eroe per contrastare questa situazione di degrado? Forse il termine è eccessivo ma alla domanda precisa Ricciotti non esita a rispondere che questo sarà il “poeta”, l’architetto consapevole che attiva la decisione politica, che concepisce il progetto per convertire la brutalità programmatica e che sa praticare “la disobbedienza tecnologica, per non dire politica o ideologica”.

Per concludere, uno stralcio da Arthur Cravan, suggeritomi da questa lettura:

cfravan.jpg” Du baume, ô ma raison!

Tout Paris est atroce et je hais ma maison.

Déjà les cafés sont noirs.

Il ne reste, ô mes hystéries !

Que les claires écuries

Des urinoirs”  (Arthur Cravan, 1913)

 

 

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