“Rubble and Revelation – Rivelazione e rovina” di Cyprien Gaillard

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Quando, pochi anni fa (2012), visitai la Mostra “Rubble and  Revelation –  Rivelazione e rovina”, rimasi subito attratto dal video che veniva proiettato all’ingresso dei locali dell’esposizione. Il luogo,  l’ex panificio militare, nato nel 1898 e definitivamente chiuso alla fine degli anni Cinquanta, mostra ancora oggi sette dei dodici forni che per il suo periodo di vita fornirono il pane per le caserme di tutta la Lombardia, nei periodi di pace e di guerra.

Ambiente di memoria, dunque, dove i mattoni e gli intonaci dispiegano grandi pagine da leggere. L’artista era Cyprien Gaillard (n. 1980), che già si era affermato nel panorama internazionale, essendo stato insignito del Premio per la Giovane Arte della Galleria Nazionale di Berlino (2011), del Premio Marcel Duchamp  del Centro Georges Pompidou (2010) ed essendo stato partecipe di iniziative organizzate, fra gli altri, dal MoMA di New York, dalla Biennale di Venezia, nonché dal Pompidou stesso.

Il video che, appunto, apriva la rassegna: “The Lake Arches”, aveva come sfondo l’imponente rudere del complesso architettonico che Ricardo Bofill progettò a Saint-Quentin-en.Yvelines, nell’area parigina. In particolare, esso racconta di un gioco tra adolescenti, con risvolti drammatici e, se fosse stata un’opera realizzata con tecniche tradizionali, avrebbe potuto presentarsi come una tela dal titolo “Ritratto con rovine”. Ove, “con rovine”, si sarebbero potute facilmente intendere non tanto le decadenti opere architettoniche, quanto le umanità rappresentate, metafora di una generazione per le quali libertà e  diritto di scelta sono private della loro autonomia.

In questa ed in altre opere di Gaillard è presente la riflessione sui temi della distruzione e della decadenza, materiale ed umana, che egli svolge attraverso la ricerca di macerie e relitti che hanno perso la loro capacità simbolica e recano più evidenti i segni della disintegrazione, effigi di un potere globalizzato e della sua profonda influenza sui comportamenti umani.

Perché la mia sorpresa per il video detto, che non definisco piacevole sorpresa, a causa dei contenuti trattati? Perché molti anni prima (1981) avevo scritto un articolo proprio sulle “Arcades”. In un periodo di grande infatuazione da parte di molti per l’architettura post – moderna, mi trovavo a Parigi e, avendo letto della costruzione in atto del grande complesso residenziale, volli recarmi di persona, spostandomi come un semplice cittadino con i mezzi pubblici, a visitare il cantiere, per scoprire che tipo di sensazioni mi avrebbe dato. Ne scrissi l’articolo che propongo qui di seguito, compiacendomi per una certa quale intuizione preveggente, confermata, a distanza di anni, da un artista appartenente ad una generazione successiva alla mia.

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Alle porte di Parigi nasce il ghetto di lusso. Una nuova Versailles per Giscard. Arcate e vialetti di dubbio gusto al servizio di una grossa speculazione edilizia (da “L’Unità, 23 marzo 1981)

Recentemente le riviste “Der Siegel” e “The Architectural Review” hanno dedicato due articoli all’architetto spagnolo Ricardo Bofill, il co – fondatore (1963) del “Taller de Arquitectura” di Barcellona, collettivo che comprende oggi anche sociologi, poeti, scultori, pittori e che ha lavorato soprattutto in terra catalana, in Algeria e in Francia.

Se due periodici tanti autorevoli e tanto dissimili fra loro hanno pensato bene di dedicare delle pagine a questo architetto, vale la pena di aprire anche noi una piccola parentesi, più che sull’architetto Bofill – che il Presidente Giscard considera il “miglior architetto del mondo” -, su quello che è un suo progetto attualmente in fase di realizzazione, rispetto al quale egli non si è dimostrato loquace quanto la stampa internazionale, specializzata e non. La faccenda ha acceso in Francia non poche discussioni.

Stiamo parlando del “Viaduc – Les Arcades du Lac”, grande agglomerato residenziale sito a Saint-Quentin-en-Yvelines, a Nord Est di Parigi. Treno, autobus, un chilometro e mezzo a piedi e ci si arriva. I due enormi complessi del Viaduc si compongono di un insieme di piccoli edifici che ospitano rispettivamente 74 e 220 appartamenti; un blocco avanza su un futuro lago artificiale e l’altro ne occupa una delle sponde. È stato definito “Versailles per il popolo” e, stando alle apparenze, non a torto: facciate tratte dai tipi edilizi della “grandeur” francese, dal gusto falsamente neo- classico, reinterpretazione dei viali di Versailles, arcate e corridoi da Chicago primo Novecento. Insomma, un allucinante ghetto che si ripromette di sedurre un pubblico piccolo – borghese. Ma andiamo con ordine. In primo luogo, il “Viaduc”, al di là delle considerazioni su un tipo di architettura “passatista”, che già sono state fatte in sedi qualificate, ci può far tornare a qualche considerazione sulla definizione dei modi dell’edilizia popolare, un dibattito che è sempre e comunque troppo attuale. L’interesse di Bofill e del suo Collettivo per la residenza popolare sembrerebbe andare d’accordo con gli interessi del “Foyer du Fonctionnaire et de la Famille” (FFF) e del “Comptoir National pour l’Habitat 2000” (CNH 2000), due rispettabili Enti dello Stato francese interessati alla pianificazione dell’edilizia per le classi meno abbienti. Che la costruzione di questo nuovo complesso avvenga secondo i programmi di una delle “Villes nouvelles” previste sul modello inglese degli anni Sessanta già dai tecnocrati di De Gaulle per “decongestionare le metropoli”, è un altri sintomo delle contraddizioni di Bofill e, con lui, di parte dell’intelligenza architettonica – oltre che, dei pianificatori, quando ne esistano, e dei Governi. Il disamore per le “città nuove”, visto come il prodotto simbolo di un sistema capitalistico che aveva utilizzato a suo esclusivo favore le elementari norme di economia che il Movimento Moderno aveva formulato e attuato, si traduce nella riproduzione dello stesso tema: l’economizzazione delle tecnologie. Oggi intanto il Viaduc si innalza solitario nel fango; un giorno – è già stato scritto – “sarà una magnifica rovina”. Nell’attesa di conoscere esattamente gli umori e le reazioni degli utenti di queste architetture e di queste corti chiuse, tanto nascoste e tanto simili a quelle delle nostre Ina – Casa, non possiamo dimenticare una questione fondamentale. Quella sul senso della costruzione di nuovi poli “alternativi” alla città, di edilizia a basso costo nelle grandi metropoli contemporanee. Siano esse le più piatte banalizzazioni della costruzione industriale in serie o siano le esuberanti estetizzazioni delle fantasie del recupero post – modernista, non cambia la caratteristica sostanziale di questo complesso che è quella, ancora una volta, di quartiere – dormitorio. Ciò, nonostante l’ovviamente contrario parere di opuscoli pubblicitari distribuiti nella deserta e lontana stazione di Saint-Quentin: “Si stanno già immaginando quelli che si potranno donare questi grandi viali, dove sarà bello e salutare passeggiare”. Queste ed altre simili amenità riempiono i dépliants, a dare, ben precisa, l’immagine di una grossa speculazione che appare garantita e protetta dallo Stato. Al di là di quanto possa essere originale l’affermazione di Bofill, secondo cui “La gente è felice di vivere in un posto fortemente personalizzato, in connessione con la comunità”, dubitiamo che la triste quotidianità di questo complesso sarà diversa da quella dei nuovi agglomerati residenziali attorno alle metropoli: oneste e frettolose massaie, sani marmocchi e robuste mascelle di masticatori di chewing gum nei vali di queste “isole felici”, senza reali possibilità aggregative, isole lontane dalla città, che è scomodo ma necessario raggiungere e che restano nella logica della privatizzazione dei beni e dei servizi. D’altronde è quasi sicuro che gli utenti di questo nuovo agglomerato non appartengano alle classi meno abbienti, come del resto avviene più estesamente da qualche tempo in Francia per le nuove costruzioni residenziali. E, a proposito della politica francese di sussidi governativi a costruttori ed acquirenti per attirare gli edifici in vendita nelle nuove città, Jean Claude Garcias, nel suo articolo “Versailles for the people”, ricordava che: “Gli esperimenti nell’architettura contemporanea stanno gradualmente scomparendo dagli appartamenti dei lavoratori, il campo tradizionale del rinnovamento architettonico in Francia e si stanno spostando verso il settore della piccola borghesia”. Se, infine, dietro alle facciate della “Versailles del popolo” non si nasconde niente di nuovo in termini di organizzazione degli spazi interni e di condizioni abitative, c’è da ricordare che su queste stesse facciate di Bofill si proietta l’ombra dell’attuale Presidente della Repubblica francese. Pompidou si è autocelebrato con il Beaubourg, Giscard, nell’imminenza delle elezioni, si è “proletarizzato”: produce abitazioni “a basso costo” e cerca di rimanere, imitando il suo predecessore, nella storia, che potrebbe magari ricordarlo come il pallido monarca di questa nuova Versailles.

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