“Ulm – Zeitschrift der Hochschule für Gestaltung” n. 10/11, maggio 1964 – 12/13, marzo 1965)

 (da “ulm – Zeitschrift der Hochschule für Gestaltung” n. 10/11, maggio 1964)

In concomitanza con la Mostra della HfG a Ulm,alcuni docenti della scuola hanno parlato sul tema “quali sono gli intenti della HfG?”, in una serie di conferenze alla Volkhochschule di Ulm. Le conferenze sono state “Problemi attuali del disegno industriale” di Tomás_Maldonado; “L’architettura sopravviverà all’industrializzazione?”, di Herbert_Ohl; “La società è buona come lo sono i suoi prodotti?” di Herbert_Lindinger; “Il film, come è e come sarà” di Alexander_Kluge; “Come un progetto diventa realtà?” di Hans_Gugelot. Ne pubblichiamo alcuni estratti.

Estratto dalla conferenza di Tomás_Maldonado:

Il disegno industriale è un’attività artistica? E, se lo è, a che tipo di attività artistica si riferisce? E se il disegno industriale non può essere definito come attività artistica, in quale altra parte della nostra cultura può essere classificato? Forse nella scienza, nell’ingegneria? O è un fenomeno nuovo, per il quale bisogna trovare una nuova relazione culturale, indipendente dall’arte, dalla scienza e dall’ingegneria ma indirettamente collegata a loro? A queste domande si è già risposto in parecchi modi. Qualcuno continua a ripetere che il disegno industriale è semplicemente arte, arte applicata. Altri considerano il disegno industriale come un sostituto dell’arte. Altri ancora credono – e sono d’accordo con loro – che il disegno industriale sia un fenomeno nuovo. Fondamentalmente, non esiste alcuna differenza di principio ma solo in una certa misura, tra quelli che considerano arte il disegno industriale e quelli che lo descrivono come un sostituto dell’arte. Alcuni dicono che i prodotti tecnici progettati con cura dovrebbero essere considerati lavori artistici, perché hanno le stesse caratteristiche estetiche del lavoro artistico. Gli altri vanno un po’ più in là;  affermano che in ultima analisi questi prodotti tecnici hanno caratteristiche artisticamente (ed esteticamente) più effettive dei lavori artistici e di conseguenza sono in grado di esigere e soddisfare una funzione culturale fin qui riservata all’arte. A un esame più approfondito si comprenderà che entrambe stanno perseguendo gli stessi fini ma in modi differenti, cioè, l’accettazione del disegno industriale come attività artistica. Ciononostante, è bene ricordare una differenza fra i due: dalla prima opinione derivano degli intrattenimenti museografici più o meno innocui, come le mostre che espongono prodotti tecnici insieme a opere d’arte, con somiglianze reali o immaginarie; la seconda, invece, può provocare degli errori particolari e per questo motivo voglio spiegarmi meglio.

Non credo che un prodotto, non importa come ben disegnato, possa assumersi la funzione culturale di un lavoro artistico. Non è vero che il destino storico dei lavori artistici penetri negli oggetti di natura tecnica e ne sia assorbito. Non è vero storicamente. Gli odierni oggetti di natura tecnica non si sono sviluppati evolutivamente dai lavori artistici di ieri. Le macchine cominciano a somigliare alle macchine più primitive, cosa che raramente accade con i lavori artistici. Il fatto che, in questo momento, molti lavori artistici contemporanei mostrino sintomi di decadenza, non giustifica l’affermazione che ci troviamo di fronte alla morte dell’arte nel suo insieme e, ancor meno, che il posto occupato dall’arte nella vita intellettuale dell’uomo in migliaia di anni, possa essere assunto oggi dal disegno industriale. Una affermazione simile si basa sulla convinzione, diffusa in modo particolare durante gli anni Venti, che le attività culturali siano dirette verso una standardizzazione assoluta delle loro risorse e dei loro fini e che si debba raggiungere l’uniformità con una oggettivazione, una restrizione e una semplificazione continua di queste risorse e di questi fini.

X 260px-Hegel_portrait_by_Schlesinger_1831   Friedrich Hegel, ritratto di Jakob Schlesiger, 1831

Il punto di vista secondo cui l’intera storia culturale raggiungerà la sua forma definitiva, il suo culmine,solamente in una attività, cioè, nel disegno industriale, non è giustificata, come l’affermazione di Friedrich_Hegel, secondo cui la storia della società umana e la sua politica avrebbero trovatola loro ultima espressione, il loro culmine, nello stato prussiano. Al contrario, lo sviluppo futuro non andrà verso la standardizzazione ma verso la diversificazione, non verso il graduale impoverimento ma verso il progressivo arricchimento delle risorse e dei fini culturali. Il disegno industriale non diventerà mai un sostituto dell’arte, nello stesso modo in cui non ci saranno mai sostituti per la letteratura, per la filosofia o per la politica. Perché il disegno industriale, per quanto importante ed essenziale, non deve mai essere considerato come la sola occupazione dell’uomo. L’uomo esiste non solo per utilizzare gli oggetti e, ancora meno – come vorrebbero farci credere oggi – per consumare prodotti. Ma l’uomo si confronterà  sempre con le richieste intenzionali della sua consapevolezza. E queste richieste non possono essere soddisfatte dai soli beni di consumo disegnati bene. Per svilupparsi ulteriormente, per riprodursi ulteriormente, la consapevolezza ha bisogno del rifiuto continuo della sua capacità di rappresentare e della sua capacità di  fare esperienza. Di un rinnovamento continuo, sia nel campo del mondo verbale, che in quello dei simboli visivi e acustici. Nel passato questo importante compito era sempre la meta della letteratura, della pittura e della musica e rimarrà il loro fine,anche se in forma mutata.

Un estratto della conferenza di Herbert_Ohl:

L’applicazione cosciente e intenzionale delle tecniche industriali nell’edilizia e del metodo scientifico nei processi di progettazione sta crescendo. Il prodotto industriale apparirà non solo come una “composizione” oggettiva e perfetta che crea costruzioni diversificate nella struttura e nelle funzioni. La società moderna si è sviluppata in molte forme ma i suoi “tipi edilizi” hanno ancora bisogno di analisi e di sviluppo. In una società che sta cambiando in modo rapido e costante, ciò può portare al concetto di “adattabilità” nel campo dell’edilizia. Nella sua prima fase l’industrializzazione dell’edilizia ha sviluppato l’”elemento” come un modulo che divide l’edilizia in parecchie parti separate. Ma il limite di questo compromesso tecnologico deve essere superato dalla regola fondamentale della omogeneità, in modo che possano essere l’uso finale e lo scopo della costruzione a determinare la loro struttura e la loro forma. In altri campi sono stati sviluppati molti materiali, soprattutto nel campo dei materiali plastici e sono già state impiegate numerose variazioni nel campo dell’industria edilizia. Nello stesso tempo è diventata evidente una cosa, cioè, che non esiste un materiale uniforme ideale ed esclusivo che possa risolvere tutti i problemi edilizi e non esisterà mai. L’applicazione più efficace e promettente dei nuovi materiali sarà la produzione di diversi blocchi con metodi industriali, per creare elementi compositi, ai quali ogni materiale darà il suo apporto con la sua massima efficienza, essendo nello stesso tempo elemento integrale e mutuamente efficace in una entità composta di molte parti. Forme e accostamenti di materiali compositi, come la costruzione di pannelli sandwich offrono soluzioni ai problemi presenti e futuri.

Appena gli architetti e gli ingegneri avranno compreso appieno questo fatto, l’adozione dei nuovi processi di prefabbricazione rivelerà l’intera abbondanza degli stili. Però le caratteristiche uniche, speciali di un edificio, in questo prodotto stabile, le sue dimensioni e il suo stile raramente ne permetteranno la prefabbricazione  completa o anche l’industrializzazione, compreso l’assemblaggio finale. Ne deriva che in futuro si dovranno sviluppare due principi complementari:  la produzione industriale automatizzata dei pezzi da costruire e anche la produzione di elementi complessi tri dimensionali, delle dimensioni di un locale o di interi edifici: Metodi nuovi, sia nella concezione, che nella costruzione,come l’incollatura o la saldatura, agevoleranno l’eliminazione degli svantaggi della prefabbricazione. La prefabbricazione di parti discontinue sarà superata dall’applicazione di strutture continue con un effetto omogeneo sia nella produzione che nella applicazione. In questo caso la produzione sul posto offre ancora un vantaggio naturale, che potrà ancora essere ricercato,anche in futuro, con l’industrializzazione. La discussione che si sta articolando sulla prefabbricazione e sulla industrializzazione  per quanto riguarda il campo dell’edilizia continuerà a proporre la soluzione delle numerose singole situazioni con gli strumenti di una produzione edilizia standardizzata e specializzata o con quelli di un sistema edilizio adattabile e dai compiti generali. Ma la soluzione di questo problema darà origine a prodotti edilizi altamente complessi e speciali e anche a tipi di costruzione funzionali. Insieme, queste due tendenze porteranno a una maggiore specializzazione dei sistemi edilizi e quindi alla loro industrializzazione, con l’uso del concetto di parti costruttive modulari,come rappresentazione immediata e appropriata dei gruppi spaziali funzionali. Allora le situazioni e le esigenze particolari potranno essere risolte da questi tipi edilizi variabili e altamente funzionali.

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Claude_Schnaidt, “Speranza prefabbricata” (da “ulm – Zeitschrift der Hochschule für Gestaltung” n. 10/11, maggio 1964)

 

Solamente pochi anni fa, tutti, tranne qualche coraggioso, erano contrari al prefabbricato: gli abitanti perché, per loro, prefabbricato voleva dire baracche; i costruttori, perché veniva minacciata la loro  fonte di guadagno; gli architetti, perché non rientrava nelle loro categorie artistiche. Oggi la parola “prefabbricato” non fa più trasalire nessuno, anzi, al contrario, fa nascere la speranze più strane. Grazie alla prefabbricazione dimenticheremo la penuria di abitazioni; al contrario, tutti potrebbero avere una casa propria, magari  in stile Heimat. I costruttori avranno maggiori profitti e gli architetti andranno al passo con i tempi. Le mostre di prefabbricati tenute negli ultimi tempi in Germania assomigliano di più alle fiere paesane, che non a mostre industriali o commerciali. Adesso tutti parlano della prefabbricazione e tutti esprimono pareri favorevoli.

Che cosa è successo? Quali i motivi di un tale cambiamento? Di fatto,non è successo quasi nulla. Di recente non c’è stata alcuna importante innovazione tecnica che abbia rivoluzionato la costruzione del prefabbricato, mentre, al contrario, in questi ultimi anni sono stati migliorati i materiali e le tecniche tradizionali. Le fabbriche impiantate nella Germania occidentale per la produzione di elementi prefabbricati in cemento non hanno portato alcun contributo nuovo: sotto licenza impiegano metodi francesi o scandinavi, introdotti più o meno intorno al 1950. Anche se tutte le facciate sembrano uguali, sono ancora fatte una per una; la produzione  in serie rimane limitata:gli elementi tri dimensionali e i blocchi dei servizi sono ancora usati solamente in casi eccezionali.

I prefabbricati continuano a costituire solo una minima percentuale del numero totale delle costruzioni realizzate e nonostante ciò i Paesi dell’Europa occidentale costruiscono attualmente 2,1 milioni di abitazioni all’anno – cioè 0,6 milioni in più del totale necessario a coprire la richiesta derivante dall’aumento demografico e dalla necessità di sostituire le abitazioni vecchie. Questo surplus eliminerà gradualmente le carenze di abitazioni, registrata nel dopo guerra e si può sperare che, se la produzione si manterrà sugli attuali livelli, la crisi degli alloggi, nel 1972 sarà soltanto un ricordo. D’altra parte, l’utilizzazione dei prefabbricati è riuscita a far ridurre i costi di costruzione soltanto del 15% e nel migliore dei casi. Siamo ben lontani dal 50% regolarmente promesso dalla stampa quotidiana. Molte esperienze in campo economico e tecnico hanno fatto si che molti Paesi che puntavano a uno sviluppo rapido dei prefabbricati abbiano diminuito l’intensità dei loro sforzi in quella direzione.

Perché, allora, questo improvviso e generale entusiasmo per i prefabbricati? Perché la prefabbricazione fornisce un argomento di propaganda per mascherare un certo numero di problemi imbarazzanti: in quanto parlare di argomenti tecnici è più “obiettivo” e meno compromettente che sollevare problemi economici, legali e politici.

Ci dicono continuamente che l’industria delle costruzioni è arcaica e che l’unica soluzione sta nella prefabbricazione. Il metodo di costruzione tradizionale –simbolo di improvvisazione, di spreco, di sporcizia e di altri mali simili – viene messo a confronto con la prefabbricazione – splendente ideale del futuro. Questa visione manichea dell’edilizia completamente falsa. Al giorno d’oggi i metodi “tradizionali” sono di fatto praticamente scomparsi. Mentre alcuni coraggiosi e lungimiranti proponevano metodi di costruzione del tutto nuovi, gli altri non sono rimasti con le mani in mano. Per quanto sia difficile fornire delle cifre esatte in questo campo,si può calcolare che nel corso degli ultimi quindici anni la produzione nella cosiddetta industria edilizia di tipo tradizionale sia raddoppiata. Alcuni importanti costruttori francesi affermano che sono in grado di abbassare i costi nella stessa percentuale delle industrie del prefabbricato, purché sia garantita continuità di produzione er un periodo di cinque anni, dato che, con questa garanzia, potrebbero organizzare, pianificare, razionalizzare e meccanizzare il lavoro; cioè, potrebbero ridurre la quantità di lavoro manuale necessaria per la costruzione di una casa.

Sembrerebbe quindi che la continuità sia un fattore determinante per la riduzione dei costi di produzione ed è precisamente questo l’elemento caratteristico della produzione industriale. Se speriamo in una riduzione dei costi attraverso il progresso tecnico, allora sarebbe più giusto porre le basi per una continuità della produzione, piuttosto che contrapporre un metodo di costruzione all’altro. Solamente un volume di produzione ampio e costante fa in modo di garantire l’ammortamento degli investimenti considerevoli in materiali e installazioni necessari all’industrializzazione dell’edilizia. Ma la continuità di produzione presuppone una continuità della domanda.

Ad essere sinceri, nelle attuali condizioni di mercato, basate sull’impresa privata, sulla concorrenza e sul profitto, è estremamente difficile, se non impossibile, garantire la continuità della domanda per quanto riguarda il campo delle costruzioni. Nell’Europa occidentale il mercato dell’edilizia è semplicemente una giungla. I clienti sono innumerevoli e i loro desideri sempre diversi. Dispongono del proprio denaro come credono. Costruiscono. Poco, molto o nulla, a seconda che le condizioni finanziarie siano favorevoli o no. Hanno il pieno controllo del mercato e i costruttori devono adeguarsi ai loro capricci. Quindi, contrariamente a quanto avviene nell’industria automobilistica, nel campo dell’edilizia è praticamente impossibile, oggi, costruire, prima e vendere poi. Un esempio calzante dell’instabilità che minaccia costantemente l’industria delle costruzioni è stato visto poco tempo fa in Svizzera: per porre un freno o dei vincoli al disordinato sviluppo economico e per combattere le tendenze  all’inflazione. Il Consiglio federale aveva elaborato, nel gennaio di quest’anno, un progetto di legge che avrebbe dovuto portare a una sostanziale riduzione delle costruzioni. In tutta l’Europa occidentale l’incertezza del mercato ha determinato l’esistenza di un gran numero di piccole imprese che non sono in grado di produrre e di investire su larga scala e questa debolezza causa, a sua volta, una domanda fluttuante.

L’esperienza fatta nella ricostruzione ha dimostrato che i liberalismo economico non era in grado di risolvere questo problema. Di fronte alla grande carenza di abitazioni e al bisogno di garantire un ritmo costante, per quanto concerneva le costruzioni, lo Stato, dalla seconda guerra mondiale in poi, ha dovuto sostituirsi alle imprese private in fallimento; lo ha fatto, però, solo a tratti,costretto dagli eventi e nella maggior parte dei casi le misure prese non corrispondevano a una linea di condotta coerente.

I risultati di questa politica dell’incertezza, più di una volta, hanno ottenuto risultati contrari a quelli auspicati. Se vogliamo creare un mercato favorevole all’industrializzazione edilizia, si deve fare un passo decisivo, una scelta che genera incertezza e di cui la popolazione della Germania occidentale non ha mai sentito parlare – la pianificazione economica. Naturalmente non il tipo di pianificazione elaborato da appositi burocrati e da gruppi di interesse potenti e nascosti ma una pianificazione democratica che abbia come criterio la soddisfazione dei bisogni della società.

Pianificazione democratica significa partecipazione pubblica alle decisioni economiche fondamentali: la distribuzione degli investimenti, i tassi di interesse etc. Significa, ad esempio, che ci si deve chiedere se sia giusto fare degli sforzi tecnologici inauditi per abbassare i costi di produzione, senza abbassare in modo corrispondente i tassi di interesse sul capitale investito, che spesso esistono a livello di usura. E,ancora, se è ragionevole investire in un’automobile il doppio di quanto si investe in un appartamento (la Francia spende circa l’otto per cento del suo prodotto nazionale lordo in automobili, contro il quattro per cento speso in abitazioni). Si dice spesso che la gente preferisce avere un’auto migliore, piuttosto che una casa migliore; di fatto, però, la scelta non l’hanno fatta le persone. Per la gente l’hanno fatta le grosse industrie automobilistiche e petrolifere. Hanno dettato ai vari governi le politiche che andavano bene per loro; per anni hanno continuato ad appropriarsi di quote sempre più grandi di prodotto nazionale lordo. Le risorse assorbite dall’automobile non si riscontrano nell’industria edilizia. Ovunque c’è un bisogno disperato di case, di scuole, di ospedali. I trasporti pubblici funzionano male, la vita nelle città è diventata complicata, malsana, confusa, insopportabile. Uno studio fatto da psichiatri americani sulla salute mentale degli abitanti di un quartiere tipo di Manhattan ha dato questi risultati: il 18,5% degli abitanti è completamente esente da turbe mentali, mentre il 23,4% è seriamente ammalato e ha bisogno di trattamento psichiatrico e il 58,1%, pur soffrendo di disturbi minori, è in grado di condurre una vita normale,senza assistenza psichiatrica. Si può capire perciò che, appena possibile, chi abita in città scappi all’aria aperta; per andarsene, però, ha bisogno di un’automobile e con la sua macchina la situazione diventa ancor più catastrofica. Finora, la gente ha preferito scappare così ma potremmo scegliere di organizzare la città. Per rompere questo circolo vizioso e fare questa scelta, dovremmo puntare a un cambiamento radicale di tutta la nostra economia.

Bisogna anche sottolineare il fatto che per investire di più nell’industria della costruzione si potrebbe ridurre il bilancio delle spese militari. Le abitazioni possono essere considerate dei beni molto costosi ma ci si stupisce, quando si sente che il denaro speso per un solo sottomarino atomico potrebbe fornire abitazioni per più di 50.000 persone e che Brasilia, la nuova capitale del Brasile, non è costata più di tre portaerei. Nella Germania occidentale le spese per la difesa militare, nel 1963, sono salite a 19.500 miliardi di marchi, mentre la costruzione di 500.000 abitazioni, per quanto molto importante, rappresenta un investimento di non più di 15.500 miliardi. Una cosa è chiara: se vogliamo avere lo stesso progresso riscontrato nella produzione di auto, di razzi e di sottomarini anche nel campo dell’edilizia, dovremo dedicare la stessa quantità di denaro e di ingegnosità dedicata a quei campi e, dato che le riserve non sono inesauribili, dovremo fare una scelta fra ciò che è più urgente e ciò che lo è di meno; tra costruzione e la distruzione.

Anche supponendo, però, d avere raggiunto la pianificazione effettiva degli investimenti e di poter preparare un programma di costruzioni per un periodo di cinque o sei anni, i nostri piani e le nostre speranze di ridurre i costi di costruzione si scontrerebbero con un altro ostacolo: la proprietà privata dei suoli. È difficile applicare con profitto metodi di produzione industriale nella costruzione di complessi residenziali con meno di 500 abitazioni. Data l’attuale densità della popolazione,500 abitazioni richiedono almeno 2,5 ettari di terreno. Nelle nostre aree urbane affollate è raro trovare zone idonee di queste dimensioni. Per crearle  bisogna acquistare molti piccoli lotti e pagare ai proprietari l’incremento del valore, calcolato stimando il valore del terreno, dopo che sono stati effettuati i principali allacciamenti e le fognature. Questo è il momento in cui la speculazione si scatena, La vendita e la rivendita delle aree fabbricabili per il profitto di pochi agenti è una maledizione che sta provocando disastri sempre più grandi alla comunità. Alla periferia di numerose città europee il prezzo delle aree è cresciuto di dieci volte negli ultimi dieci anni; nel 1950 il valore delle aree costituiva circa il 10% del prezzo di vendita complessivo di una casa. Nel 1960 era salito al 45%. La riduzione del costo delle abitazioni che si può raggiungere industrializzando le costruzioni,sembra ridicolmente piccola, se paragonata all’aumento causato dalla speculazione sulle aree.

I costi proibitivi delle aree paralizzano quasi tutti gli sforzi seri per una pianificazione urbana e, senza pianificazione, cioè senza la possibilità di prevedere e pianificare la crescita delle città. è inutile attendersi degli sviluppi importanti nella produzione dell’industria delle costruzioni. I problemi della speculazione sui terreni e della libertà di disporre del suolo nell’interesse pubblico, non sono nuovi. Sono già state suggerite parecchie soluzioni. Tutto ciò di cui ci sarebbe bisogno è il coraggio dimetterle in pratica; invece, si è rinunciato, in parte, anche alla applicazione della “legge di pianificazione nazionale” del 1953, mediante la quale il governo inglese acquistò tutti i diritti sugli incrementi di valore in Gran Bretagna, sopprimendo così la possibilità di speculare sui terreni. Molto rara, fino ad ora,anche l’applicazione delle leggi svizzere che tendono a conservare le aree appartenenti alo Stato, non rinunciando mai completamente alla proprietà del suolo ma dando semplicemente il diritto di disporne per 99 anni. In Italia, il governo Moro – Nenni ha incluso nel suo programma il trasferimento della proprietà delle aree appartenenti allo Stato.

La realizzazione di questo programma è attesa con impazienza. La nuova legge sui suoli, per la quale gli urbanisti si sono battuti per anni, è altrettanto necessaria per lo sviluppo della prefabbricazione e per il rinnovamento delle città. Si spera che sia varata prima della fine del secolo. Dovremmo fare tutto quanto è in nostro potere per affrettare questo evento.

L’attuale politica di investimenti e l’attuale legislazione sui suoli no costituiscono l’unico ostacolo per lo sviluppo della prefabbricazione. Anche il nodo inestricabile dei regolamenti e delle procedure amministrative, l’eterogeneità o la decisa mancanza di personale qualificato, tipiche dell’edilizia, ostacolano il progresso tecnologico in questo settore. Il futuro dell’industrializzazione edilizia dipenderà dalla soluzione che si sarà trovata a tutti questi problemi. Ecco perché è sbagliato, se non addirittura disonesto, parlare solo di questioni tecniche, quando si prospettano delle decisioni che riguardano il futuro. La scelta non è, come vorrebbero farci credere, tra il cosiddetto edificio tradizionale e la prefabbricazione. La scelta è tra uno sviluppo del progresso tecnico nell’edilizia –disordinato, lento e precario – e una industrializzazione coerente, rapida e pianificata, per i benefici della comunità.

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(da “ulm – Zeitschrift der Hochschule für Gestaltung” n. 10/11, maggio 1964)

“Ridesign di un cruscotto per auto”.

Nel secondo trimestre dell’anno accademico 1962-63 Hans Gugelot, professore ospite al Dipartimento di Disegno Industriale, ha posto agli studenti del secondo anno il compito di ridisegnare il cruscotto della Volkswagen 1200, con particolare attenzione agli aspetti formali ed ergonomici. Si è mantenuta la concezione precedente, per quanto concerne i particolari costruttivi (montanti laterali saldati ai lati della carrozzeria). Per ridurre il pericolo di danni fisici, in caso di incidente, è stata imbottita la sezione superiore del cruscotto. è stata accentuata la leggibilità del tachimetro (figure bianche su fondo nero opaco; eliminazione del bordo cromato). Le manopole di serie della Volkswagen, progettata, a nostro avviso, in modo imperfetto,cioè ruotanti, sono state sostituite da interruttori piatti (il cruscotto si accende con un interruttore incastrato a rotella godronata).

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William S. Huff, “Argomenti per un corso fondamentale” (da “ulm – Zeitschrift der Hochschule für Gestaltung” n. 12/13 marzo 1965)

 

La formazione di base, nota fin dai tempi del Bauhaus, con termini come corso preparatorio o corso fondamentale, è uno degli argomenti ardentemente discussi nell’istruzione del design. Ci manca ancora una documentazione minuziosa e storica del materiale che riguarda i vari contributi. Per chiarire questo argomento pubblichiamo un articolo scritto da un insegnante/architetto che ha studiato alla Scuola di Ulm. L’articolo è illustrato con esercizi di studenti che, anche se non eseguiti alla HfG, vanno nella sua stessa direzione. Intendiamo continuare queste argomentazioni in un altro numero della rivista. Pubblicheremo materiale sul contributo specifico della HfG in cui, nel 1965, è stato tenuto il primo corso di base, con una sintesi di teorie della percezione, teoria della simmetria e topologia. Tutti i lavori pubblicato in questo articolo sono stati eseguiti da studenti del Dipartimento di Architettura al Carnegie Institute of Technology, Pittsburgh, sotto la direzione di William S. Huff

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Corso fondamentale: struttura, fisica e percettiva.

Unità, armonia e proporzione, ritmo, struttura, scala, composizione, forma, persino verità e virtù: tutte parole che un tempo ebbero grande significato; il loro stesso uso potrebbe evocare un’aria di sensibilità acculturata. Sono parole rimaste attaccate all’architettura, il più vecchio dei settori della progettazione, dall’inizio del XX secolo, provenienti dalla grande tradizione delle Belle Arti; sono state usate con uguale efficacia in riferimento al disegno tipografico ed è quindi del tutto naturale che di recente siano state applicate al disegno industriale. Ma oggi queste parole non si usano tanto facilmente; perché, se usate, mancano di chiarezza: non tanto perché hanno perso il loro significato ma perché il loro significato ha perso la sua utilità per i nostri problemi di configurazione o perlomeno è divenuto insufficiente per le terminologie che li riguardano.

Nel corso della mia ricerca, tra queste parole, ne ho trovato una che si riteneva di secondaria importanza ma che per me comprende quasi tutte le altre: struttura. Anche se le altre parole della tradizione artistica indicano sue qualità o suoi aspetti, c’è qualche cosa di più. Per struttura intendo precisamente la relazione o la giustapposizione di parti o elementi. Progettare, quindi, è prima di tutto strutturare e per me lo studio della struttura (in astratto) è uguale a ciò che veniva chiamato corso fondamentale o istruzione preliminare.

Lo sviluppo delle scienze naturali e sociali degli ultimi cento anni ci ha portato ad accettare il fatto che ci sono due modi di porsi nei confronti di oggetti e fenomeni: una osservazione rigorosa, come quella usata nell’investigazione scientifica e un’esperienza superficiale, persino distaccata, dell’ambiente che consideriamo la “realtà” della nostra esistenza mondana.

Quindi, di fronte alla dicotomia tra osservazione scientifica e osservazione superficiale, io penso sia opportuno considerare due aree distinte nello studio della struttura: quella fisica e quella percettiva: Quella fisica si riferisce al come è una struttura, per quanto possiamo umanamente determinarla (dall’atomo microcosmico all’universo macrocosmico). Nella manipolazione fisica della struttura ci interessiamo di ciò che è variante e di ciò che è invariante, con lo studio delle deformazioni e delle trasformazioni che costituiscono forse l’elemento interno più fondamentale.

Quella percettiva si riferisce ai modelli di comportamento normale dei nostri recettori sensori, cioè il nostro contatto quotidiano con il mondo e i significati che costruiamo da uesti contatti. Analogamente ai fattori varianti e invarianti della situazione fisica, l’interesse principale dei fenomeni percettivi è dato dalle cose che possiedono identità (o proprietà comuni) e quelle che creano contrasti. Quindi, nel nostro corso di base – dato che proviene da quello di Tomás_Maldonado  ad Ulm – io e i miei studenti esploriamo, all’interno della natura fisica della struttura, quei gruppi che si possono analizzare per il tramite della simmetria, della topologia, dell’analisi combinatoria, delle teorie del colore e della texture.

 d.arcy.thompson

Si può imparare molto circa la struttura da un esame della morfologia inorganica (statica) e organica (dinamica). Un famoso passaggio di D’Arcy_Wentworth_Thompson indica quali intuizioni se ne possono derivare: “cellula e tessuto,conchiglia e osso, foglia e fiore sono altrettante porzioni della materia ed è in accordo con le leggi della fisica che le loro particelle sono state mosse, formate e sagomate. Non si sono eccezioni alla regola che Dio geometrizza sempre. I loro problemi di crescita sono essenzialmente problemi di fisica e il morfologo è, ipso facto, uno studioso di fisica” (1).

Nello stesso tempo Thompson, studioso senza compromessi e con intuizioni fermissime, insinua un contro tema al suo “grand object” (2) della “riduzione dei fenomeni bilogici alla fisica e, se possibile, alla matematica”. Più di una volta egli mette in guardia dal pericolosi guardare ai fenomeni naturali secondo un atteggiamento di “idealismo mistico” (3) – “pitagorismo imperdonabile” (4).

Thompson non è fuorviato, come tra gli altri è stato Darwin, a credere che le api,costruendo i loro favi con sezioni esagonali che combaciano retro a retro nella geometria del dodecaedro rombico, aspirino alla “assoluta perfezione nella economizzazione di lavoro e cera” (5) (calcolando l’angolo di Giacomo_Filippo_Maraldi prima di Maraldi); egli vide molto chiaramente che il problema riguardava configurazioni di superfici minime, di tensioni simmetriche su materiali in stato semifluido e l’equilibrio di questo sistema. angolo di Maraldi.

Né, nel caso della fillotassi/  – in cui è stato osservato che la maggior parte delle volte, la scala di scaglionamento a spirale della pigna si compone di numeri duali nella serie di Leonardo_Fibonacci

– egli soggiace alla suggestiva ipotesi (come fecero Leonardo e Keplero) che le piante “tendono a qualche cosa che potremmo chiamare un angolo ideale” (6) (cioè la spirale equiangolare della sezione aurea) e dichiarò apertamente che questa è una “coincidenza matematica sprovvista di significato ideologico” (7).

Là, dove tutto questo non è stato compreso, troviamo l’idealizzazione delle forme naturali, che assomiglia moltissimo alla romanticizzazione di felici incidenti – il formalista e l’espressionista che dai due estremi si stringono la mano da posizioni irrazionali.

Queste due tendenze sono rischi a cui sono esposti tutti i corsi di base. Di queste due tendenze, quella formale è la più difficile da riconoscere come antirazionale ma quando si manifesta apre la strada ai pericoli del dilettantismo.

Questi sono quindi i limiti dell’osservazione diretta della natura per le nostre lezioni sulla forma. Dobbiamo guardare anche alla natura specifica dell’uomo e al suo contatto con la natura attraverso le sue percezioni. Come corollario a Thompson, John_Dewey scrive: “Per essere estetica, la struttura deve essere più che fisica e matematica” (8).

Almeno su questo punto – l’estetica – perciò siamo chiari: la prima responsabilità del progettista riguarda la cultura estetica (nella quale, in ultima analisi, deve prendere una posizione morale).

Egli è il coordinatore, l’integratore, l’unificatore dell’ambiente – più specificatamente, l’operatore visivo nel campo visivo – in cui egli lavora più in termini di relazioni o di giustapposizioni, che in termini di oggetti o do elementi.

Josef  Albers, riconosciuto come fondamentale il paradosso della condizione dell’uomo rispetto al suo ambiente, ce ne ha fornito l’espressione in forma assiomatica: “La discrepanza tra fatto fisico ed effetto psichico”. Così, noi, in classe, esaminiamo le leggi fondamentali, gli indizi profondi, i fenomeni psicofisiologici di comunicazione; tutte tratte dalle conseguenze percettive (quindi estetiche) e dall’osservazione della struttura.

Corso fondamentale basato sulla abilità di fare ordine.

L’uomo possiede un’abilità che gli scienziati considerano contraria alla tendenza dell’universo –la tendenza al comportamento casuale. Di fatto è una delle qualità umane più importanti quella di avere a disposizione la capacità di sistemare, risistemare – strutturare: non contro l’impossibile ma contro l’improbabile.

Può fare una scacchiera, struttura altamente improbabile, con 64 quadrati congruenti; probabilmente, gli stessi quadrati gettati al vento si sistemerebbero in modo casuale. Ma ha scoperto che è impossibile trovare una sequenza continua di attraversamenti,mediante i quali passare da ciascuno dei sette ponti di Königsberg, senza ripassare da nessuno. Né può costruire un poliedro di soli esagoni, di quadrati o di pentagoni. Da qui la conclusione di queste osservazioni sui poliedri di D’Arcy_Thompson: “Così qui e altrove una varietà di forme apparentemente infinita definita da leggi e teoremi matematici e limitata dalle proprietà dello spazio e del numero. E l’intera materia è un commento costante al fatto fondamentale che, con questi foedera Naturae (leggi di natura),come diceva anticamente Lucrezio, ci sono cose possibili e cose impossibili anche alla stessa natura” (9).

Corso fondamentale senza funzione e senza senso.

Mentre si può dire che la funzione dl corso fondamentale sia pedagogica e valida nel processo di decisione, Anni Albers ha ragione, quando ne riferisce, di parlarne come di “configurazione inutile”, in quei termini tipicamente albersiani; io, più prosaicamente e anche meno a proposito, la chiamo senza scopo. In quanto, se una della facoltà universali dell’uomo è quella di sistemare l’improbabile, questa facoltà non ha più significato, se non può soddisfare uno scopo o un bisogno. Ma per questo l’uomo è dotato di un secondo grande talento interdipendente: l’abilità di predire quel corso o quei corsi di azione che con maggiore probabilità lo porteranno al conseguimento del suo scopo. La sua abilità nel sistemare gli dà la possibilità di controllare o almeno di influenzare la sua condizione. Così è a questo punto che egli raggiunge l’architettura, la grafica, il disegno industriale, persino la pittura e la scultura. A questo punto egli abbandona il campo genuino degli studi di base. è stato notato che ci sono tre campo i cui i bambini possono eccellere, in quanto in ciascuno di loro è richiesta una conoscenza del mondo ristrettissima: musica,matematica, scacchi. A questa lista suggerirei l’aggiunta della configurazione di base – questa proposizione suggerisce che la sua presentazione arriva troppo tardi nella formulazione di un progettista potenziale. Contrariamente alla formazione fondamentale, l’architettura richiede una vasta comprensione dell’uomo, dei suoi modelli di comportamento e delle sue istituzioni: è la stessa cosa anche nel disegno industriale e nella comunicazione visiva, dato che in quest’ultima il fattore principale diventa il significato.

Due serie di esercizi assegnati dal mio collega Ralph Drury a studenti che stanno attraversando la brusca transizione dal corso fondamentale all’architettura di base,rivela i diversi processi implicati in queste due aree, per una serie di condizioni (cioè  di fattori configurativi) che mancano nel primo caso. Esercizio 1: sistemare entro un anello spezzato un gruppo di forme regolari (un quadrato, un triangolo isoscele, tre punti rotondi), tutte di dimensioni date. I risultati comprendono soluzioni visive (che vanno da un’interrelazione rigida a una più libera, di assi, di direzioni e di raggruppamenti) e soluzioni letterarie (come quella in cui “la gravità ha spinto tutte le forme in fondo all’anello”).

Esercizio 2: sistemare delle forme, simili a quelle del primo esercizio, in cui ciascuna abbia ricevuto una denominazione e le cui dimensioni devono essere tracciate secondo una scala data; l’anello diviene una parete, ‘interruzione un ‘apertura; sei punti rotondi sono sedili e le altre forme sono disegnate come altare, icona, inginocchiatoio, attaccapanni e cestino della carte. è stato aggiunto un aspetto completamente nuovo: l’uso o la funzione. E l’inclusione dell’elemento mondano suggerisce delle determinanti di valore. Così, da una parte, un’intera gamma di possibilità strutturali viene esclusa dal fattore delimitante – la funzione – che invece manca in una sistemazione da corso fondamentale; dall’altra, nella loro significatività, diventa desiderabile una certa gamma di relazioni.

A parte l’aspetto limitativo della funzione, notiamo anche u conflitto tra il funzionale e lo strutturale, dato che lo scopo ha la tendenza a dirigere l’attenzione verso l’oggetto e di distrarlo dall’estetica. Tradizionalmente l’architetto, nel suo interesse per lo spazio, ha capito ce cosa significhi fissare lo sguardo sul nulla, piuttosto che sulla cosa; ne deriva un suo vantaggio sullo studente di disegno industriale (oppure sullo studente di ingegneria). Però difficile abituare lo studente di una qualsiasi disciplina progettuale a considerare il suo prodotto nel contesto complessivo di un ambiente; è per questo motivo, penso, che lo studente diserta il corso fondamentale, quando deve affrontare un problema di progettazione applicata.

Corso fondamentale: il problema del “Ponte”.

Paradossalmente c’è una tendenza a circondare di un’atmosfera di sfiducia la relativa facilità con cii gli insegnanti di un corso fondamentale riescono a far ottenere agli studenti quei risultati spettacolari che sono il vanto delle mostre scolastiche. Oggi c’è una quantità di versioni del corso fondamentale del Bauhaus sparsa per il mondo e aspetti che lo ricordano si trovano anche in scuole che professano un’aperta ostilità per quella Istituzione. E la maggior parte di questi corsi può vantarsi di aver conseguito risultati splendidi – insieme all’ammissione del fallimento nella costruzione del “Ponte tra gli esercizi fondamentali e quelli applicati”, come dice Maldonado.

 Hin Bredendieck, studente del Bauhaus e guida del Laboratorio di base all’ID di Chicago con Mooly-Nagy, ha pubblicato di recente u articolo prorio su questo problema: “Il corso fondamentale era volto a liberare la creatività dello studente (Moholy-Nagy)…Lo studente ha la possibilità di sperimentare liberamente i vari materiali e strumenti. L’attenzione è posta decisamente sull’iniziativa personale all’interno di un ambiente tipo ‘fai da te’, usando mezzi convenzionali e non convenzionali e raggiungendo spesso creazioni sorprendentemente strane e nuove” (10).

Il lavoro al corso fondamentale può sostenere uno studente durante quei densi anni che segnano il suo tuffo nel campo degli esercizi applicati – specialmente nell’architettura; poiché egli può raggiungere una completa perfezione nella soluzione dei problemi fondamentali, grazie al loro ambito, che non richiede l’accumulo di grandi quantità di informazioni; l’esperienza di Bredendieck lo porta anche ad indicare un difetto: “Nonostante lo scopo del corso di base sia quello di permettere allo studente di sviluppare le sue abilità creative liberamente e senza restrizioni – nei semestri successivi, quando gli studenti sono diretti verso problemi pratici, la più piccola limitazione diventa un nuovo ostacolo e la creatività tende a ‘congelarsi’. Nella maggior parte dei casi, dimenticano del tutto la loro formazione precedente e ricadono nella convenzionalità” (11).

In parte è lo splendido isolamento – un isolamento platonico, goduto nel corso fondamentale – che impedisce la costruzione del “Ponte”. Infatti, i corso fondamentale non ha a che fare né con gli aspetti pragmatici né con quelli semantici del mondo della configurazione; solamente  co l’attività sintattica o di strutturazione. Ma,a parte la situazione un po’ troppo astratta delle attività del corso fondamentale, sembra che una causa di confusione sia data dal fatto che un aspetto particolare del processo progettuale, cioè quello circostanziale, è stato spesso scambiato per la totalità o per lo meno non considerato nella giusta prospettiva.

Le esagerazioni provenienti dalla stimolazione pura e semplice nel nome della liberazione erano accompagnate da una preoccupazione pseudo – tecnologica  per l’uso degli strumenti e dei materiali. Bredendieck dice inoltre: “Lo studente può diventare anche una semplice…estensione dei suoi strumenti o persino una vittima involontaria dei numerosi eventi incidentali nel processo…L’attenzione è andata agli aspetti manipolativi, all’addestramento, più che alla conoscenza…Ma è proprio lo scopo dell’istruzione quello di fornire allo studente i mezzi per raggiungere autorità e padronanza, perché possa controllare l’accidentale” (12).

Bredendieck è molto chiaro nell’avvertire che la romanticizzazione del circostanziale porta al culto dell’accidentale. Non è però altrettanto chiaro nel vedere che è proprio la situazione del circostanziale che separa l’arte dell’uomo dai modi della natura, in quanto è il suo controllo e la manipolazione delle circostanze che rendono l’uomo progettista e l’ape, incatenata al suo istinto, no. Perciò io modificherei le sottili osservazioni di Bredendieck, facendo notare che non meno circostanziale della disponibilità di utensili e di materiali è la disponibilità di conoscenza. è solo che la conoscenza è diventata la circostanza cruciale dei problemi odierni della configurazione.

Fino a questo punto,almeno, la seconda riforma degli studi di base di Maldonado (la prima riforma la attribuisco ad Albers; vedere “ulm”, 8/9, p.12) con un ritrarsi dall’”apprendimento per esperimenti” e l’introduzione di discipline rigorose di simmetria, topologia e percezione, riconosce, nella progettazione di prodotti per una società altamente industrializzata, il bisogno di costruire una consapevolezza non solo attraverso lo sviluppo dell’osservazione con una sensibilizzazione delle percezioni (Itten, Albers, Moholy – Nagy) ma anche per il tramite delle esplorazioni delle sempre più vaste acquisizioni della conoscenza.

Bibliografia

(1) Thompson D’Arcy, “On Growth and Form”, vol. 1, p. 10.

(2) Newman James R., “The World of Mathematics”, vol.2 , p. 998.

(3) Thompson D’Arcy, “On Growth and Form”, vol. 2, p. 993.

(4) Op. cit., vol. 2, p.932

(5) Op. cit., vol. 2, p.537

(6) Op. cit., vol. 2, p.932

(7) Op. cit., vol. 2, p.931

(8) Dewey John, “Art as Experience”, p. 231

(9) Op.cit., vol. 2, p. 740

(10) Bredendieck Hin, “The Legacy of the Bauhaus”, in “The Art Journal”, XXII, 1962, p. 15

(11) Op.cit.

(12) Op. cit.

 

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Gui Bonsiepe, “Educazione alla progettazione visiva” (da “ulm – Zeitschrift der Hochschule für Gestaltung” n. 12/13 marzo 1965)

 

Nei mesi di aprile e maggio del 1964 l’America Institute of Graphic Arts di New York organizzò una serie di cinque conferenze dal titolo “Verso nuovi impegni e nuove discipline nel design, nella pittura  nell’istruzione artistica”. Questo programma era stato organizzato da Rudolph de Harak. I relatori erano:Leonard Kitts (Ohio State University), Karl Gershner (Basel), Seymour Robins (Princeton University), Josef Albers (Yale University) e Gui Bonsiepe (HfG, Ulm). Pubblichiamo la conferenza di Gui_Bonsiepe intitolata “Education for Visual Design” (°), leggermente abbreviata. (°) così  nell’originale tedesco

 Riserva contro i programmi.

Educazione alla progettazione visiva – queste parole potrebbero annunciare un Manifesto. Potrebbero alimentare le aspettative che sia presentato un Programma; ma non è questa la mia intenzione.

Siamo diventati cauti per quanto riguarda i Programmi, probabilmente perché il nostro ambiente non permette il candore necessario alla formulazione o alla presentazione di programmi. Il mio scopo è più modesto: cercherò di mostrare alcune strade che potrebbero portare a una filosofia della progettazione visiva includendovi la didattica relativa.

Progettazione onnicomprensiva.

Mi rendo conto che usare il termine “gestaltung” senza specificazione, in modo vago e indefinito, cioè non parlando né della progettazione architettonica, né di quella visiva, né di quella del prodotto, potrebbe far nascere delle idee errate. Il termine “configurazione” abbraccia una grande varietà di attività umane, la cui gamma va dal disegno di un tappezzeria al progetto di una mostra e arriva alle varianti più recenti del design:le armi e i sistemi di difesa. Nel corso della mia esposizione darò dei limiti al termine di “progettazione”, usato troppo spesso in modo troppo indeterminato. Cercherò, in particolare, di descrivere il contenuto del termine “progettazione visiva”.

Sulla storia della progettazione.

La storia della progettazione cominciò ufficialmente quando Walter_Gropius inaugurò il Bauhaus. Quello che era nuovo e specifico in quella Scuola diventata ormai leggendaria, era il fatto che, per la prima volta, l’intero ambente umano era considerato oggetto della progettazione. Per la prima volta fu formulato il vasto compito di umanizzare tutto il nostro mondo animato dalla tecnologia e dall’industria moderna. Gli impulsi delle persone del Bauhaus erano volti a migliorare l’ambiente mediante l’uso della tecnologia. Il Programma conteneva delle connotazioni politico – sociali. Naturalmente il Bauhaus non partì da zero; le origini del Bauhaus risalgono alla metà del XIX secolo.

Estetica e società.

John_Ruskin, terrorizzato dalle conseguenze devastatrici dell’industrializzazione, sul piano estetico e sul piano sociale, affermò,cento anni fa, che “La vita senza industria è crimine e l’industria senza arte è brutalità”. Ma non fu solo l’orrore estetico del dilagare del mondo delle macchine che fece cercare a Ruskin delle precauzioni e dei rimedi contro la barbarie della tecnica. Egli sentiva invece che la miseria estetica era un’espressione della miseria sociale. Sperava di migliorare la società, migliorando il mondo esteticamente. Ruskin avrebbe anche potuto dire che è nei diritti dell’uomo i diritto ad avere un ambiente umano, un ambiente funzionale e ordinato. Un cinico oggi può facilmente fare a meno di simili idee,rifiutando come ingenue o come falsa ideologia. Però non dovremmo dimenticare che l’aver riferito le basi dell’estetica alla società, impedì che si limitasse ad essere elemento di abbellimento astratto e anemico e sfruttabile commercialmente, come è nello styling.

Le conseguenze del Bauhaus.

La base della concezione del Bauhaus è stato il corso fondamentale. Tutti i veri movimenti artistici degli anni venti hanno contribuito a dare un carattere a questo corso: l’Espressionnismo tedesco, il Costruttivismo russo e l’olandese De_Stijl. Solo il Surrealismo francese, a prima vista, non lasciò tracce visibili, se trascuriamo, per esempio e per un momento, i fotomontaggi di LaszloMoholy-Nagy. Ma, per chiarire questo problema, è necessaria una ricerca storica più approfondita. difficile valutare esattamente l’ampiezza dell’influenza del Bauhaus su tutta l’educazione artistica. Anche se manca ancora uno studio storico su questa ramificazione, potremmo dire che non c’è quasi alcuna scuola artistica che non abbia incorporato il corso di base modificato o no.

L’industria della comunicazione.

La Scuola di Ulm ha elaborato un programma di progettazione visiva che non solosi differenzia dai tentativi simili del Bauhaus ma è anche essenzialmente nuovo. Il Bauhaus non va criticato negativamente perché non lo fece. Furono le condizioni storiche cge semplicemente non lo permisero. L’industria che ai nostri giorni individuiamo con il termine di “industria della coscienza” o della comunicazione – cioè cinema, televisione, radio ed editoria – cominciò ad affermarsi negli anni venti e solo dopo la chiusura del Bauhaus; ed è proprio nell’industria della comunicazione che hanno luogo i drammi o le farse della vita della comunicazione. Inoltre, il passaggio da un’economia povera ad un’economia di abbondanza, ha messo al centro della comunicazione visiva la pubblicità, come sua nuova istituzione del controllo sociale. Tali trasformazioni della tecnologia e dell’economia impediscono il trapianto en bloc del patrimonio del Bauhaus. Ma le innovazioni nel programma della Scuola di Ulm non sono la causa delle riserve con cui le altre Scuole di configurazione considerano Ulm. Le cause di tensione e di animosità derivano dal fatto che la scuola di Ulm dà più importanza alla questione di come la configurazione sia supportata alla scienza piuttosto che alle arti.

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Progettazione tra arte e scienza.

La progettazione è l’ultima arrivata e non si adatta allo schema delle istituzioni tradizionali. Non le è riconosciuto il diritto all’autonomia ed è persino rifiutata dai rappresentanti delle arti, come da quelli delle scienze applicate. La professione del creatore, vecchia poco più di una generazione, deve difendersi continuamente contro tutte le loro tendenze usurpatrici. I tradizionalisti della belle arti considerano la progettazione alla stregua di variante dell’attività artistica; addirittura una variante mediocre, a causa della sua contaminazione tecnologica. Ai loro occhi il disegno industriale è una continuazione della scultura con mezzi diversi e la configurazione visiva una sotto categoria della pittura e della grafica. Gli scienziati – futuristi ora cercano di spiegare la configurazione come u fenomeno la cui esistenza è da attribuire al fallimento di una professione più antica, come forse l’ingegneria e che perciò deve essere riportata alla sua giusta collocazione. In entrambi i casi si nega la sua autonomia. Ma la progettazione non può essere ridotta né ad arte né a scienza. A chi la usa principalmente come mezzo autoespressivo, la fredda razionalità – o quello che si pensava fosse la fredda razionalità della scuola di Ulm – causa un po’ di disagio. Agli occhi di chi invece celebra in gran pompa il metodo scientifico permanente, la scuola di Ulm non abbastanza scientifica; è troppo portata all’intuizione e troppo inframmezzata di strani ideali. Così, la scuola si muove a mezz’aria. Si trova fra quelli che vogliono fare della progettazione un’arte e quelli che vogliono farne una scienza.

L’arte – istituzione non pianificabile.

L’abitudine dei tradizionalisti di classificare la progettazione tra le arti ha causato una reazione paradossale nel campo della configurazione stessa:le vere opere d’arte del XX secolo –secondo questa opinione – sono le opere progettate; l’arte precedente, quella della pittura e della scultura, lascerà il posto ai manifesti, agli imballaggi, ai marchi di fabbrica, ai prodotti industriali e alle macchine; lo scenario profano della quotidianità rimpiazzerà la sublimità dell’eccezione. Così facendo, non si riconosce la differenza essenziale tra arte e configurazione. Differenza che esclude la possibilità di relazioni significative tra le due aree. L’arte è uno dei campi in cui l’individuo può tenere aperto il suo orizzonte di esperienze. da quando si emancipata – processo che è avvenuto parallelamente al processo di industrializzazione – l’arte ha sofferto di dubbi e di incertezze. Quello che permane è il principio dell’amministrazione, che sembra essere il principio della società industriale. Non si può pianificare l’’arte come si pianifica la costruzione delle dighe di Boulder. L’arte non si giustifica, non si deriva da nessuno schema funzionale. L’arte e la filosofia consentono ancora il lusso della negazione. Charles_Baudelaire, per esempio, ha insistito in odo esemplare su questo diritto, quando scrisse, nelle variazioni all’introduzione dei Fiori del male, che: “Non è per le mie donne, né per le mie sorelle, né per le mie figlie che ho scritto queste righe, né per le donne del mio vicino, per le sue sorelle o le sue figlie. Lascio questo a chi ha interesse a comprendere le buone intenzioni con la passione per la bella lingua”. Questa negazione contiene più verità di qualsiasi radiosa affermazione. L’artista interpreta, chi fa della progettazione, no; egli dirige le sue energie verso il miglioramento immediato dell’ambiente dell’uomo; l’artista, dal canto suo, mostra come questo ambiente affligge l’individuo; per questa ragione l’arte era la zona archetipa dell’esperienza estetica. Questo potrebbe spiegare il motivo per cui, all’inizio, la configurazione era considerata attività artistica, perché anche la configurazione era compresa nell’estetica. Ma è fuorviante cercare di sovrapporre l’estetica dell’arte all’estetica della progettazione.

Deduzioni.

All’inizio del mio discorso ho sottolineato la necessità di dare al concetto di configurazione un significato preciso,che si può ottenere per esclusione. Per prima cosa voglio escludere da questa attività la progettazione di armi e di sistemi di difesa, in quanto, fin dal suo inizio, la filosofia della progettazione ha interpretato se stessa come metodo per la vita, non per la sopravvivenza, né per la distruzione. Alla domanda: che cosa ha a che fare la progettazione con i razzi? Oggi c’è una sola risposta: niente.

In secondo luogo voglio separare dalla progettazione quei settori che restano sotto l’influsso della tradizione delle Arti e Mestieri. Nella configurazione visiva questi settori si chiamano: calligrafia, stampa su libri rari, intagliatura del legno, schizzo, incisione e illustrazione. A Ulm non abbiamo incluso queste attività nel piano di studi, perché ci sono già molte scuole che lo hanno già fatto e poi perché vogliamo concentrarci sui moderni mezzi di comunicazione e sulle loro tecniche, per le quali diventato attuale il termine di “comunicazione visiva”.

Comunicazione persuasiva e non persuasiva.

Come ha detto T.Maldonado in una conferenza a Tokyo (1960), noi tendiamo a considerare sullo stesso piano comunicazione visiva e pubblicità. Ma c’è una forma di comunicazione in cui il problema non è persuadere i consumatori a comperare questo o quel sapone o ad eleggere questo o quel candidato. Indubbiamente la comunicazione persuasiva ha la parte principale, tanto è vero che qualche anno fa provocò delle critiche notevoli. La reazione del pubblico contro l’eccesso di pubblicità non poteva naturalmente essere bene accetta da chi usa la pubblicità e da chi la finanzia. Le apologie e le critiche della pubblicità hanno messo in luce alcuni antagonismi latenti nella nostra società. Nella maggior parte dei casi le critiche nascono da considerazioni economiche. Non è solo la parte avversa, quella preoccupata dal fatto che gli Stati Uniti investono in pubblicità la metà di quanto spendono per l’istruzione (nel 1963 circa 12,5 miliardi di dollari). Questo dubbio slla funzione sociale della pubblicità affermano che rende u servizio importante e considerevole alla società e all’economia. Grazie alla pubblicità, ampi strati di popolazione hanno notizia di prodotti e servizi che altrimenti no conoscerebbero.

Informazione e pubblicità.

Il concetto evidentemente neutrale di “informazione” non ci indurrà a prendere una mezza verità per l’intera verità. Nessuno nega che la pubblicità dia informazioni. Questa affermazione però non ci dice nulla sulla qualità e sulla necessità per la società di queste informazioni. Nessuno nega che la pubblicità è un’istituzione indispensabile in uno specifico sistema di mercato ma nessuno può negare che essa abbia lo scopo di influenzare il comportamento dei consumatori. In altre parole, la pubblicità è, volente o nolente, incatenata a dei poteri economici che possono permettersi di intervenire a tutti i livelli dei mezzi di comunicazione, senza parlare del ruolo che giocano dopo.

Coloro che lodano il ruolo educativo e informativo della pubblicità trascurano il fatto che ci sono differenze fondamentali fra l’istruzione attraverso la scuola e l’istruzione attraverso la pubblicità. La pubblicità,come informazione, non fa dell’informazione lo stesso uso che ne fa o ne dovrebbe fare l’insegnamento. In quanto, persuadere qualcuno, manipolarlo, è diverso dal renderlo una persona emancipata. Non intendo forzare la realtà in una alternativa rigida. Il problema no  riguarda il persuadere, l’influenzare o il non influenzare ma le intenzioni che sottendono queste azioni.

La trivialità della vita comunicativa.

Chi opera nella comunicazione visiva soggetto alle spinte di interessi contrastanti, dato che si trova molto esposto,serve spesso da capro espiatorio per tutti i mali delle comunicazioni. Viene dipinto come l’unico responsabile della trivialità e della volgarità della vita di comunicazione della società. Per quanto questa accusa globale semplifichi di molto le cose, i rimproveri che vengono fatti a chi si occupa di comunicazione visiva di fornire la sua opera alla divulgazione della trance collettiva, piuttosto che all’umanizzazione  dei soggetti, consono del tutto infondati. Inoltre, bisogna necessariamente essere enormemente ingenui o cinici per riuscire a identificarsi con una forma di comunicazione che si consuma nella incessante lode di lavatrici, preparati per torte, deodoranti, detergenti, antidolorifici, sigarette col filtro, tinture per capelli e creme per la faccia. Naturalmente la gamma della pubblicità è più ampia ma una filosofia dell’istruzione non può chiudere gli occhi davanti alle iperboli. Al contrario, deve affrontare i fatti scomodi e contradditori, senza però soccombere davanti ad essi, né difenderli.

Totalitarismo culturale.

Celata sotto un’apparente aggressività, l’affermazione: “gli affari sono affari e nient’altro” allontana il dubbio che dica realmente tutta la verità.. Una educazione alla configurazione dovrebbe portare lo studente a pensare alle sue responsabilità sociali e dovrebbe immunizzarlo dalla tentazione di considerare la produzione e la distribuzione di beni e di servizi esclusivamente una questione di affari. Chi fa della comunicazione visiva è responsabile della cultura visiva di una società in cui gli affari sono solo una parte e non, come spesso si tenta di affermare, il tutto. Che gli interessi dell’industria non coincidano sempre con gli interessi della società è un dato di fatto e nessuno può eluderlo, quando lavora nell’industria delle comunicazioni. L‘industria delle comunicazioni modella la mente conscia e inconscia dei membri di una società. Canalizza, controlla e manipola. Ha molto più potere e perciò ha molta più responsabilità di quanto generalmente si sappia e di quanto siano disposti ad ammettere coloro che l’usano peri propri scopi.

Comunicazione visiva e promozione delle vendite.

Alcuni anni fa il grosso pubblico che aveva idee alquanto vaghe riguardo alle connessioni tra comunicazione e potere, si irritò a causa di una serie di pubblicazioni. Quando si verificò una sfiducia subliminale nelle procedure e negli interessi dell’industria della comunicazione, le ipotesi, fino ad allora vaghe, sembrarono fissarsi all’improvviso in una intuizione, espressa con il termine non molto lusinghiero di “persuasione occulta”. Per chi fa della comunicazione visiva, la forma e il contenuto delle informazioni, come anche le intenzioni che le sostengono, diventano problemi scottanti. L’istruzione lo deve preparare a non accettare senza riflettere il ruolo che gli viene offerto e nel quale si consuma a causa della accelerazione ininterrotta del ricambio dei prodotti.

Aree della comunicazione visiva.

Fino ad ora si è parlato di comunicazione persuasiva. La sua controparte, la comunicazione non persuasiva, è una zona quasi inesplorata. Il mondo dei sistemi segnaletici per il traffico e dei sistemi indicatori per le macchine, il mondo della comunicazione per sopi di insegnamento e il mondo della rappresentazione dei fatti scientifici, offrono grosse possibilità di sfida e grosse opportunità alla configurazione visiva. In questi casi la comunicazione non è motivata principalmente da motivi economici, come è invece nella comunicazione persuasiva, con le sue insegne, i suoi cartelloni e i suoi film pubblicitari.

A Ulm possiamo riuscire a penetrare questo nuovo campo di attività senza difficoltà, perché, per principio, educhiamo in modo generale e non specialistico. Non addestriamo un tipografo o un fotografo specializzati ma un esperto di comunicazione visiva che ha a disposizione una conoscenza di base sufficiente per adattarsi, dopo il diploma, a certe aree e anche a specializzarsi, qualora fosse necessario.

 

Abraham_A. Moles, “Teoria della complessità e della civilizzazione tecnica” (da “ulm – Zeitschrift der Hochschule für Gestaltung” n. 12/13 marzo 1965)

X pagina 15 diagramma complessità

 

La “Carta “ del mondo tecnico

In un articolo precedentemente pubblicato (“ulm”, n. 6, ottobre 1962) abbiamo cercato di tracciare una “carta” del mondo degli oggetti. Questa carta si basa su una proprietà universale degli oggetti tecnici: la complessità. La complessità è una misura, presente in ogni insieme di combinazioni. La misura si estende a un certo numero di “dimensioni”.

Azione elementare/combinazione di elementi.

A seconda delle dimensioni, facciamo una distinzione fra complessità funzionale, cioè la varietà di operazioni elementari che una persona può effettuare usando un oggetto e la  complessità strutturale, cioè la varietà di combinazioni di elementi che si possono produrre nel realizzare un organismo complesso. Queste due dimensioni sono la latitudine e longitudine della”carta” del mondo della tecnica. Di questa mappa si conoscono già alcune aree.

Riunione e combinazione.

Il concetto di complessità tecnica è il concetto essenziale per il mondo della tecnica, in quanto l’uomo, come homo faber, nel corso del suo sviluppo si è allontanato dalla produzione di singoli pezzi fatti a mano (strumenti, utensili). Egli ha inseguito l’idea di riunire delle parti semplici e di combinarle in interi complessi, le cui proprietà eccedono quelle delle loro parti.

Precisione meccanica e standards.

Questo cambiamento diventa evidente con l’importanza crescente attribuita alla precisione meccanica,cioè a un sistema di unità di misura universali che raggiungono, per esempio, 1/1000 mm.

Questi standards facilitano la composizione di parti prodotte i vari luoghi da lavoratori che non sono in contatto diretto l’uno con l’altro. Essi leggono l’ordine di un cliente o un disegno tecnico inviato a una fabbrica di Amburgo, di Chicago o di Pechino. Le parti, prodotte in questo modo, sono poi montate alla catena di montaggio di una località geograficamente conveniente. Questo processo dipende da due condizioni: la prima è l’osservazione delle dimensioni prescritte, controllate con unità di misura universali; la seconda è la cooperazione, simbolizzata dalla catena di montaggio. Nell’industria meccanica il ruolo dominante del meccanico calibratore,cioè di colui che sa come comporre le varie parti, pezzo per pezzo, è passato al “metrologo” o “controllore”, cioè colui che stabilisce gli standards di deviazione,accettando o rifiutando dei pezzi di in genere ignora le origini. È qui che troviamo una vera rivoluzione industriale, che si è diffusa in Europa all’inizio della prima guerra mondiale.

Il mondo come “meccano”.

Il recente sviluppo nel campo della fusione e delle materie plastiche, in cui la precisione dipende dallo stampo ed è legata tecnicamente ed economicamente a un gran numero di elementi, è la seconda caratteristica della civiltà della tecnica che si sposta dall’oggetto semplice verso un organismo. L’organizzazione è un insieme con proprietà combinatorie. Quello che c’è di nuovo nella tecnologia moderna è proprio la continua diffusione dei sistemi combinatori. In questi sistemi lo stesso repertorio di unità standard può essere combinato in modo diversi per diversi scopi. In queste combinazioni il grado di complessità strutturale non varia molto. Oserei dire che il mondo degli oggetti tecnici tende verso un tipo di “meccano universale”, cioè un gioco di combinazioni che offre una soluzione al vecchio problema della “unità nella diversità”.

Simboli del mondo tecnico.

Il taglia verdure elettrico, l’aspirapolvere, il ventilatore meritano di essere chiamati simboli del mondo tecnico, allo stesso titolo del calcolatore IBM (e delle sue 100.000 unità di memoria) che manipola dati secondo diversi programmi e che inoltre permette di elaborare una mezza dozzina di questi programmi, se non simultaneamente, almeno consecutivamente?

Il breviario della civilizzazione tecnica.

Si può guardare l’industria dal punto di vista della sua produzione. Alla fine, titti i suoi prodotti sono assorbiti dalle richieste dell’insaziabile consumatore e appaiono in un grande assortimento. Questi prodotti o per lo meno quelli più facilmente disponibili, vengono presentati al consumatore. Questo avviene non sul mercato, anche se si usa ugualmente la parola “mercato” ma nei grandi magazzini.Questi presentano un’esposizione di vari oggetti (lampade da ufficio,auto, lavatrici, stufe elettriche, coperte, piatti, telefoni e persino addobbi funerari). La mercanzia viene acquistata e alcuni utopisti (Galbraith, Chruschtschow) sostengono persino che sarà consegnata al consumatore per attrezzare il suo ambiente di “uomo consumatore”. Egli raccoglierà questi oggetti nel suo appartamento o nella sua casa o nella sua città, secondo un modello spazio – temporale che influenza e impronta il suo modo di vivere. La combinazione – er esempio, la combinazione dei mobili – può essere generalizzata. Un elemento tipico della vita quotidiana della civiltà moderna è la lista dei prodotti offerti da Sears  o da Macy. Qui troviamo un breviario della civiltà tecnologica che si può trattare statisticamente. Insieme agli articolo che si possono acquistare comunemente, troviamo le cose più stravaganti (doppiette Winchester per la caccia all’elefante). A che cosa possiamo appigliarci in questo catalogo, se non al dettaglio immediato – una lunga lista di oggetti diversi? (25.000 nel catalogo di una società di vendite per corrispondenza, fino a 800.000 in alcune branche dell’industria, come, ad esempio, quella elettronica). Naturalmente si possono scegliere dei prodotti particolari dal catalogo, come fanno gli umoristi – lo spazzolino da denti elettrico o il coltello per aprire le uova sode o il coltello da pompelmo. Ma in questo caso si tratta di un’ironia troppo facile, applicata alle deviazioni di un ingranaggio sociale ed economico che talvolta gira a vuoto.

Articoli correnti  articoli rari.

L’intero assortimento è una specie di messaggio che il consumatore riceve dall’industria. Il messaggio obbedisce alle leggi generali della teoria dell’informazione. L’unità quantitativa di questo messaggio è la sua complessità ed è definita dalla formula di Shannon che  comprende in forma statistica i diversi elementi che compongono il messaggio. In questo contesto comprenderebbe i diversi oggetti secondo la frequenza con cui appaiono; ad esempio, secondo il numero di articoli di u certo tipo prodotti, conservati dal grossista e infine venduti nei negozi. Ci sono prodotti rari che sono unici, come i gioielli e ci sono articoli acquistati comunemente, come possono essere delle chiavi. Il possesso di un articolo raro è, nella vita del cittadino della società industriale, un evento certamente più importante e offre uno stimolo maggiore del possesso o dell’acquisto di un articolo ordinario.

Le dotazioni di una società.

Questo fatto è confermato dalla formula di Shannon, dove qi sia la frequenza della vendita e, di conseguenza, dell’acquisto di un certo articolo di categoria i; n sia il numero dell’ultimo articolo del catalogo ed N il totale degli articoli venduti; la complessità dell’assortimento è allora misurata secondo la formula:

Senza considerare, per il momento, questioni di gerarchia e di categorie, stabiliamo quantitativamente la complessità delle dotazioni prodotte dalla nostra società industriale. Abbiamo così una misura statistica dei prodotti dell’homo faber, alla quale il modello di uomo occidentale si adatta così perfettamente.

Macchine in quanto oggetti finalizzati.

Allo stesso tempo l’uomo non opera mai delle separazioni fra i prodotti, gli strumenti, gli oggetti e il loro uso. Le macchine inutili si trovano solo nelle pagine degli umoristi. Quelle che possono apparire come eccezioni a questa regola funzionalistica sono solamente frutto di errori di analisi. Un antiquario appassionato che considera una raffinatezza l’orologio che non può indicare l’ora esatta rappresenta un caso estremo, da comprendere nella funzione estetica. L’uomo pretende delle reazioni dal mondo esterno e dalla civiltà tecnologica.Egli pone un problema generalizzato che risulta dai suoi bisogni. Chiede e a volte pretende che i suoi bisogni siano soddisfatti secondo un’interazione dialettica tra produzione e consumo, che è la principale motivazione della sua attività.

Il campo dei bisogni umani.

Nell’articolo precedente avevamo definito un oggetto con l’espressione “serve a”, parallelamente abbiamo definito il prodotto con “è fatto di”. Il totale dei bisogni umani diventa evidente in un vasto campo di bisogni che, al momento, fanno formulare a certi filosofi un embrione di teoria (Henri_Lefebvre).La varietà di questo campo dipende dal livello di civiltà. “Essere civilizzati” nel mondo occidentale significa:avere molti bisogni. Si cerca di collegare oggetti a bisognini un circuito interattivo, dato che nuovi oggetti creano nuovi bisogni. Le auto producono i tergicristallo, i motori, le officine meccaniche;queste, a loro volta, producono nuovi strumenti e così via.

Una statistica dei bisogni.

I bisogni rappresentano un messaggio enorme che l’uomo invia al mondo. Il messaggio di tutto il genere umano indirizzato alla totalità delle forze produttive può essere analizzato come somma di necessità, di funzioni e di operazioni singole, Alcune di queste sono più frequenti di altre; alcune di queste sono soddisfatte ed altre represse.

.Compongono un repertorio la cui formulazione costituisce lo scopo primo di una teoria dei bisogni. Noi sappiamo qualche cosa di questa teoria ma attualmente non esiste alcuna ricerca sistematica. C’è però un punto critico nella società moderna: è il governo a dover garantire la direzione dello sviluppo economico; cioè, il governo deve soddisfare i bisogni dei suoi governati. Ad ogni modo, si può capire l’eventualità di una notazione statistica dei bisogni. Nel misurare la complessità di un insieme di bisogni –di una nazione, di un gruppo, di una classe sociale – si possono applicare i procedimenti analitici proposti da Claude_Shannon con la sua formula della complessità dell’informazione.

Assortimento e bisogni.

La quantità dei bisogni che gli oggetti soddisfano presso i membri di società sottosviluppate sarà negligibile, se paragonata ai bisogni di un adulto occidentale moderno. Questi si circonda, in aree sempre più numerose del suo ambiente, di un numero stragrande di oggetti. Possiamo immaginare per un momento il vecchio di Hemingway o il cacciatore di una tribù primitiva, paragonati a una donna americana media. Oggetti e bisogni sono collegati in una relazione dialettica tra domanda e offerta, di cui definiscono la dimensione nel modo seguente: la complessità dei bisogni, da una parte e la complessità dell’equipaggiamento materiale di una società, dall’altra, costituiscono entrambe le dimensioni della situazione dell’homo faber.

Un diagramma econometrico.

Si può tracciare un diagramma nel quale si collocano una civiltà o una nazione rispetto al “mercato” e all’uso di questo mercato.Il quadro vale solo per un ordinamento generale, perché non è ancora possibile tracciare un diagramma esatto, dato lo stato attuale delle conoscenze. Sull’asse orizzontale delle coordinate mettiamo la complessità dei bisogni,misurata con la formula di Shannon. Cominciamo con l’insieme dei bisogni elementari, fornitoci dagli esperti dei bisogni sociali. Ogni elemento ha una certa frequenza relativa: lavarsi le mani tante volte al giorno; dipingere un appartamento tante volte all’anno; dipingere una casa tante volte in u secolo. Sull’asse verticale tracciamo la complessità dell’assortimento:la varietà del repertorio di oggetti offerti sul mercato con la loro rispettiva frequenza di presenza.

Optimum del benessere.

Ognuno dei dati delle varie nazioni può essere rappresentato da un punto o meglio da una zona. Ricaviamo perciò una carta economterica dell’ammontare della produzione. Quando le unità sulle coordinate sono le stesse, la diagonale indica l’adeguamento del mercato alla varietà dei bisogni sociali; quando il qualche modo la felicità è connessa al soddisfacimento dei bisogni, la diagonale verrà a indicare “l’optimum del benessere”. Sappiamo già che, per esempio,gli Stati Uniti sono al di sopra della diagonale, perché il numero dei prodotti supera quello dei bisogni. Gli USA sono perciò una società di consumi. Al contrario, L’Unione Sovietica si trova sotto la diagonale, perché la complessità dei bisogni supera quella dei prodotti. La donna russa non trova nei negozi abbastanza tessuti per soddisfare il suo bisogno di varietà e il suo gusto personale. La casalinga americana non si tuffa nei magazzini di Macy perché è schiacciata dalla sovrabbondanza di modelli. Il direttore installa un grande apparato scenografico per indurla all’acquisto.

Società di produzione e di consumo.

La distanza dall’origine delle coordinate è una misura del progresso della civiltà – nel senso tecnologico. Le culture primitive, che vivono con quattro foglie di palma (non ce ne sono più), andrebbero situate vicino all’origine delle coordinate.

Il loro sviluppo sarà visibile nel progressivo spostamento del punto rappresentativo, sia esso al di sotto della diagonale (nazioni in via di sviluppo), sia esso sopra la diagonale (nazioni sovra sviluppate rispetto si loro bisogni). La diagonale ottimale separa le società produttive e la loro motivazione a produrre dalla società di consumo e dalla loro motivazione a consumare.

Pubblicità e propaganda.

La distanza da un punto dall’origine delle coordinate suggerisce u certo tipo di spesa economica che non abbiamo ancora definito chiaramente e l’analisi delle componenti di questa spesa potrebbe risultare interessante erg l economisti e per i tecnocrati. Per le società di consumo, per esempio, questa distanza si riferirà agli sforzi addizionali richiesta per spostare il punto rappresentativo di una società verso la diagonale. Una delle forze più note è la pubblicità. La distanza dalla diagonale può informare i tecnocrati della quantità pubblicitaria necessaria,qualora si trovassero di fronte a problemi di marketing nelle società di consumo in cui desiderano esortare. Per le società di produzione, d’altra parte, questa distanza dalla diagonale indica la non corrispondenza tra il mondo esterno e i bisogni individuali; risulta quindi essere il sintomo di un certo scontento nei confronti della situazione. Questo scontento si può misurare statisticamente. Sappiamo che uno dei principali stimoli della creatività consiste nell’essere scontenti dell’ambiente: “Il mondo non va bene, così lo cambieremo”. Questa frase è una delle principali sorgenti da cui derivare nuove soluzioni.

Demografia delle operazioni e degli oggetti.

Allo stato attuale delle nostre conoscenze, è difficile riempire il diagramma con precisione attendibile. Questo sarà compito di una demografia delle operazioni e degli oggetti, uno dei problemi più ardentemente discussi dalla sociologia contemporanea. Le idee pubblicate qui non possono avere che un carattere qualitativo, ma dobbiamo ricordare che questo non è l’unico diagramma possibile. Seguendolo stesso schema, si può tracciare una serie di diagrammi relativi a vari gruppi. Invece di analizzare delle nazioni, si può fare una ricerca sulle culture e sulle sub culture di una società. Gruppi di campeggiatori e sette religiose che dicono essere esaminate sulla verità e sulla intensità delle loro asserzioni e dei loro comportamenti. Per specifiche categorie di prodotti, si possono tracciare degli altri diagrammi, utili per le strategie di vendita di grandi magazzini.

 

Il 10 giugno 1964 il Dr. Abraham A._Moles (Strasburgo) ha tenuto una conferenza a un Seminario del mercoledì alla HfG, intitolata: “Esiste una teoria dell’informazione degli oggetti?”. Ne pubblichiamo alcuni brani.

Complessità e complicazione.

Il mondo moderno – secondo un teorema della teoria dell’evoluzione – tende verso la riduzione della complicazione, cioè del numero di gruppi di elementi compresi in un progetto e, simultaneamente, verso l’aumento di prodotti complessi. Alla complicazione si sostituisce la complessità. Complessità significa: elementi riuniti. In un prodotto complicato,gli elementi appartengono a molte classi diverse ma in un prodotto complesso c’è necessariamente un gran numero di elementi. Le due dimensioni – complessità e funzionale – sono indipendenti l’una dall’altra. A uno sviluppo del mondo tecnologico corrisponde un aumento dell’indipendenza di ciascuna delle due dimensioni. Queste due stesse dimensioni acquistano importanza solo quando entra in scena il punto di vista statistico sottostante. Sono irrilevanti nel caso di pettini di plastica, di spazzolini da denti e di tavoli ma dirigono il mondo dei calcolatori, dei sistemi radar e degli apparecchi televisivi.

Cultura e prodotti.

L’uomo moderno vive in un ambiente artificiale che egli stesso ha costruito e la cui totalità si chiama “cultura”. La cultura non è solamente il contenuto dei musei, biblioteche e altri prodotti intellettuali; è anche lo spazzolino da denti, l’utensile e l’appartamento.

La dialettica di situazione, attività, oggetto.

La vita dell’uomo potrebbe essere considerata come una sequenza di attività (come lavarsi, mangiare, guidare, telefonare). Le attività hanno luogo in seguito a situazioni. Per realizzare queste operazioni, l’uomo ha bisogno di oggetti (sapone, cucchiaio, auto, telefono). La relazione dialettica è divisa in tre componenti: un certo numero di situazioni (sentirsi sporco), di attività (pulirsi) e di un certo numero di oggetti (sapone e acqua pulita). Queste tre componenti (o momenti del movimento dialettico della interazione) sono la base di una teoria dei bisogni. La vita è azione; procede da una situazione all’altra attraverso l’attività. Funzionalità significa inserimento degli oggetti in questa attività.

I bisogni si possono definire sotto due aspetti: .definendo gli oggetti in relazione alle situazioni;2. al contrario, definendo le situazioni in relazione agli oggetti. Precedentemente gl oggetti erano definiti in relazione alle situazioni, oggi definiamo le situazioni per il tramite dell’universo degli oggetti. Oggi i prodotti si sviluppano meno al di fuori dei bisogni ma essi stessi creano  i bisogni.

 

Claude_Schnaidt: “ Nuova architettura svizzera” (da “ulm – Zeitschrift der Hochschule für Gestaltung” n. 12/13 marzo 1965)

 

Che cosa dobbiamo pensare degli ultimi sviluppi dell’architettura svizzera? Alfred Altherr, nel suo libro “Neue Aschweizer Architektur” (Niggli Verlag, pubblicato in Germania da Gert Hatje), parla di un successo. Se si fa un confronto con i lavori pubblicati in questo libro e quelli selezionati da max Bill per il suo,che copriva il periodo fra il 1925 e il 1945, si è tentati di parlare piuttosto di regresso. Non molto tempo fa l’architettura svizzera costituiva un esempio di sobrietà e di ricerca sociale. Sembra che, in otto anni di favolosa prosperità, l’architettura svizzera abbia dimenticato queste virtù democratiche. L’attenzione prestata ai dettagli è stata trasformata in lusso tecnologico, il che ha dato alla Svizzera l’adulatoria reputazione di essere nazione dove i prodotti sono di prima qualità, che, in fondo, è essenzialmente antisociale. Mancando dell’arroganza del lusso decorativo, si maschera la stravaganza arricchita provocata dal lusso tecnologico. Parafrasando Adolf_Loos si potrebbe dire che: se l’ornamento è un crimine, allora la moltiplicazione dei dettagli costosi è una frode.

Come se non bastasse, gli architetti svizzeri commettono ance il delitto dell’ornamento. Non si allontanano dalla tendenza che pretende di superare l’utilitarismo e la “mancanza del tocco umano” del funzionalismo. Si ribellano alla monotonia degli standards. Vorrebbero creare un’architettura più umana. Quindi, vogliono riabilitare l’individualità creativa e trasformare ancora una volta la loro professione in arte. Ma non sono fuorviati nel loro credo, nella loro capacità di stabilire con i membri della società rapporti più diretti, più profondi e più genuini quando no fanno nient ‘altro che inventare nuove forme? Il problema della felicità non è  esclusivamente formale. La noia e la superattività delle città moderne hanno origini sociali più profonde hanno origini sociali più profonde che il semplice problema della forma degli edifici. Perciò io credo che il ricorso al manierismo che fiorisce in Svizzera oggi e, i certa misura, dovunque, abbia ben poco a che fare con una vera umanizzazione dell’habitat.

Alfred Altherr dichiara: “Noi cerchiamo oggi una casa con caratteristiche flessibili”. Ma sfogliando le pagine del suo libro è difficile avere l’impressione che questa sia una tendenza generale degli architetti svizzeri. Al contrario, il carattere definito,massiccio, monumentale, scultoreo di un gran numero di lavori va contro la ricerca di un’architettura flessibile. Molti architetti sembrano più interessati alla erezione di monumenti per l’eternità che ad attrezzare il Paese peri bisogni di una continua evoluzione. Che cosa accadrà alla Hochschule di St. Gallen fra cinquant’anni, quando sarà cambiato l’insegnamento di scienze economiche e sociali?

Speriamo che il futuro dia ragione ad Alfred Altherr, piuttosto che ai costruttori di palazzi.

Guardando l’architettura svizzera si è colpiti dalla piccolezza dei programmi. I generale, ci sono solo costruzioni isolate. Raramente troviamo importanti gruppi di fabbricati. Come spiegazione, si biasima la struttura federale dello Stato e l’iniziativa privata. Questo è vero ma solo in una certa misura. Se in Svizzera non c’è architettura urbanistica, questa situazione ha origine dal fatto che nessuno ha voluto che ci fosse e dal fatto che la grande borghesia è più interessata ad aumentare il profitto immediato piuttosto che ad attrezzare il Paese per il futuro. Invece di cercare soddisfazioni sterili in avventure estetiche, gli architetti farebbero meglio ad utilizzare le loro capacità per correggere questa politica miope.

Alfred Altherr afferma che: “Sta sempre più prevalendo il desiderio di vivere in stretto contatto con la natura”. Questo sembra produrre un effetto tranquillizzante sulla salute e sulla stabilità del popolo svizzero. Disgraziatamente, egli non ci dice che questo stretto contatto ha un effetto molto cattivo; che manca un piano complessivo, con un conseguente stato di anarchia. Di fatto la natura svizzera è in pericolo, perché tutti vogliono avere il loro giardino e il loro albero, perché ognno collega i propri scarichi ai fiumi e ai laghi, perciò presto non resterà spazio per camminare e nuotare. Se gli svizzeri non decidono in fretta misure radicali nel campo della pianificazione regionale, rischiano di rendersi conto di che cosa sia realmente uno stretto contatto con la natura.

Nella sua introduzione Alfred Altherr presenta alcune idee sull’abitare ce vanno considerate con cautela. Dichiara, per esempio:”Dormire i una stanza speciale, nettamente separata da quelle dove si vive e si lavora, sembra un concetto superato”. Questa è ovviamente una aspirazione personale, piuttosto che una realtà o il desiderio degli utenti. C’è un gran numero di famiglie in cui, per ragioni di prestigio, di autorità e di intimità, è indispensabile che la stanza dei genitori sia esclusivamente riservata ad essi. Quando l’appartamento, progettato per tali famiglie, contiene una stanza da letto, intesa come un’alcova unita al soggiorno e quando questa stanza da letto può essere usata durante la giornata come soggiorno, possono verificarsi due situazioni: o i genitori useranno l’appartamento nel modo previsto dall’architetto e non ne trarranno alcun vantaggio; oppure useranno l’alcova per i bambini e così saranno costretti a stare ziti nel soggiorno. Comunque per molti architetti l’illusione dello spazio è più importante della comodità degli utenti.

In questo libro vengono trattate con particolare cura le piccole case e la casa per famiglie, perché, come dice Alfred Altherr, “Quello che è stato analizzato dal punto di vista sperimentale, economico e funzionale nella casa piccola, è stato applicato, in una certa misura, nella casa di appartamenti”. Questa affermazione non sembra del tutto corretta. Che genere di progetto sperimentale contengono gli esempi di case piccole ed unifamiliari? Dove sono le nuove strutture territoriali e i nuovi metodi di costruzione? Tranne pochi rari esempi, disgraziatamente non pubblicati in questo libro, la casa unifamiliare non offre più un campo di sperimentazione all’architetto svizzero. Il buon borghese che si fa costruire la casa ha, oltre tutto, il bisogno di decorazioni che rappresentino il suo status e, se possibile, che lo collochino al di sopra di esso. Egli vuole un’architettura che goda di alto prestigio fra i notabili della sua classe, per questo ora egli costruisce in Elvezia ville simili a quella della Florida o della California. Si deve ammettere che l’architetto potrebbe fare esperimenti più significativi. Il bisogno di decorazioni determina un bisogno di immagini.

Il libro di Alfred Altherr è pieno di splendidi immagini. C’erano molte illustrazioni anche nel libro di Max_Bill  “Architettura svizzera moderna”. Ma là venivano riportati anche esatti dettagli costruttivi ed esatti costi di costruzione per ciascun esempio. Sedici anni dopo, si mostra maggiore circospezione nei riguardi di questi aspetti mondani. Sono gli architetti ad essere meno interessarti aai costi di produzione? Oppure non osano pubblicarli? Sarebbe un fenomeno particolarmente deprimente, in un periodo in cui la rivoluzione dei costi di produzione sembra rappresentare il problema più pressante nell’edilizia. Per promuovere l’edilizia, per liberarla dal formalismo frustrante, è necessaria la pubblicazione di progetti,con note dettagliate sullo sviluppo dei progetti stessi. Le esperienze di ciascuno  così sarebbero complementari le una alle altre e potrebbero servire a tutti senza costringere i singoli a partire ogni volta da zero, come è invece oggi la norma in campo edile. Laddove nell’edilizia tradizionale la comunicazione delle idee si poteva ottenere per mezzo delle forme – le regole dell’arte sono semplici e conosciute da tutti – l’edilizia industrializzata, al contrario, richiede che ci si occupi prima di tutto del contenuto.

Questa collocazione di progetti di architetti svizzeri degli ultimi otto anni solleva molti interrogativi delicati per il futuro. E questo non è certamente il suo merito minore.

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