“ulm – Zeitschrift der Hochschule für Gestaltung” – nn. 14/15/16 (dicembre 1965), 17/18 (giugno 1966)

il

 

Tomás_Maldonado, “Il ruolo del disegnatore industriale nell’industria dell’acciaio”(da “ulm – Zeitschrift der Hochschule für Gestaltung” 14/15/16 dicembre 1965)

Il 26 ottobre 1965 T. Maldonado ha tenuto una conferenza in occasione dello Stahlkongress in Lussemburgo. Ne pubblichiamo l’intera versione.

Quello che i Paesi di lingua anglosassone chiamano “Industrial design” – un anglicismo che è penetrato in ogni linguaggio contemporaneo – non è una professione i cui intenti si possano dare per scontati, cioè conosciuti o riconosciuti a sufficienza. Per questo motivo qualsiasi disquisizione teorica in merito deve essere preceduta da una definizione di che cosa sia il disegno industriale e di quali siano i compiti cui deve assolvere.

Nonostante la sua semplicità, discreta nel suo rigore, questo metodo offre una quantità di vantaggi indiscutibili. Il primo di questi è che abbassa notevolmente i rischio dell’incomprensione. Un altro vantaggio, forse il più importante, è già implicito, dato che qualsiasi bisogno di definizione presuppone una possibilità per la ri – definizione o, più precisamente, per la revisione.

Questo  avviene in modo peculiare nel caso del disegno industriale. Infatti, allo stato attuale, per il disegno industriale niente è più importante della ridiscussione delle premesse su cui si è basato fin dal 1930. Ne è un esempio il fatto che il tema su cui sono stato invitato a parlare, “Il ruolo del disegno industriale nell’industria dell’acciaio”, non può essere discusso produttivamente senza qualche ampliamento che dissente da queste premesse. In un mondo in continuo cambiamento, anche il disegno industriale deve cambiarsi continuamente, non solo per tenere il passo con quel mondo ma anche, e principalmente, per funzionare come fattore di cambiamento e di innovazione.

Questo modo di vedere il disegno industriale come professione in continuo cambiamento, una professione dinamica, in sviluppo, non ha molti sostenitori. Soprattutto è criticata come una teoria indefinita che guarda alle stelle, piuttosto che stare con i piedi per terra.

È stato dimostrato che l’industria può essere cambiata in molti modi ma non negli aspetti che riguardano i modelli di pensiero e di azione che hanno condizionato il suo comportamento economico negli ultimi trentacinque anni. Per questo motivo sarebbe assurdo – e la discussione continua – supporre che le premesse fondamentali del disegno industriale, che nascono e si sviluppano secondo questi modelli, possono essere riconsiderate o sostituite; non ha alcun senso stimolare un nuovo ruolo economico per il disegno industriale, che lo relegherebbe, come è stato fino ad ora, a riflettere e servire fedelmente lo status quo dell’industria.

Non c’è dubbio che una affermazione di questi tipo possa sembrare a prima vista convincente ma un’analisi più particolareggiata rivela immediatamente quale è l’errore. Ad esempio, non è vero che i modelli tradizionali di pensiero e di azione per l’industria siano ancora considerati dall’industria stessa come inalterabili. In molti settori importanti ha cominciato a conquistare terreno una tendenza revisionista. Un gretto utilitarismo e un nichilismo culturale e sociale stanno aprendo la strada a un nuovo tipo di razionalismo, a un razionalismo scientifico. Le premesse che un tempo erano considerate sacre, adesso non lo sono più:ci si è accorti che servono solo a un tempo e a uno spazio particolari. Da quando non esistono più tabù, non esiste più alcun sacrilegio. Non c’è alcuno scrupolo a denunciare come erroneo e vulnerabile quello che, solo fino a ieri, era considerato come legge, che fosse nel campo della produzione, della distribuzione o della vendita.

L’industria sta cambiando i suoi modelli di pensiero e di azione, non per motivi di dottrina ma solo perché così facendo si può liberare della sua attuale immobilità e, realmente, sopravvivere.

Così l’esigenza di un nuovo inizio nel disegno industriale non è, come si potrebbe credere, semplicemente una interferenza giustificata – al contrario,  riflette un movimento non indifferente verso un rinnovamento nell’industria.

Sto per arrischiare alcune riflessioni sul tema delle condizioni possibili per sviluppi nuovi nel disegno industriale, cercando di definire o ridefinire la sua funzione. Nello stesso tempo spero di dimostrare come il disegno industriale possa servire a questo movimento verso l’innovazione dell’industria in genere , in particolare, nei confronti dell’industria dell’acciaio.

Forse la critica più seria che potrebbe essere fatta nei confronti della nostra civilizzazione tecnologica, è che non fa nulla per stimolare, nel bene e nel male, il riconoscimento dei processi che si sviluppano al suo interno. In fondo, questo significa che la nostra è una civilizzazione oscurantista. Comunque, ci possiamo accorgere che c’è una cosa che non si può negare:nella civilizzazione tecnologica di oggi la nostra produzione e il nostro consumo oltrepassano i limiti della nostra comprensione. In altre parole, non siamo ancora arrivati alla piena consapevolezza della produzione e del consumo. In entrambe queste due sfere esiste solamente una consapevolezza molto particolarizzata, immersa e soffocata nella realtà immediata di quanto compete alla produzione e al consumo dell’oggetto. Questo stato di coscienza particolarizzata ipertrofica e atrofica non è più un motivo che riguarda solamente i critici  della nostra civilizzazione. Molti economisti responsabili si stanno domandando, non senza una certa ansietà, per quanto tempo ancora il mondo industriale possa continuare a trascinarsi in questo modo, senza sapere dove sia la sua guida, producendo a caso per un consumo casuale. Per fortuna, negli ultimi anni hanno cominciato a fare la loro comparsa alcuni salutari reazioni a questo stato di cose. La crescente influenza dei metodi di programmazione scientifica nell’industria sta facendo molto per sviluppare una consapevolezza generalizzata. Allo stesso modo, anche quella consapevolezza è generalizzata solo per quanto riguarda gli interessi della produzione.

Questa influenza è importante, dato che ci può aiutare a comprendere meglio la funzione del disegno industriale. Dal mio punto di vista, quello che il disegno industriale dovrebbe fare è di aiutare a sviluppare una consapevolezza generalizzata per quanto riguarda gli interessi del consumo.  O, piuttosto, per essere più precisi, per quanto riguarda gli interessi del consumatore, di chi usa i prodotti industriali. A causa del gretto utilitarismo che ho citato, nel passato l’industria è stata sempre poco disposta ad accettare che il disegno industriale potesse avere una legittima funzione di questo tipo. Fino ad ora si è preferito considerare il disegno industriale come il modo più produttivo per stimolare una consapevolezza particolare – ovviamente dal punto di vista esclusivo degli interessi della produzione. Il disegnatore industriale non può continuare all’infinito ad essere l’uomo che viene coinvolto soltanto quando si intende lanciare sul mercato qualche cosa che si suppone come novità o quando si crede necessario creare una forma che sarà sicuramente venduta. Nel futuro il disegno industriale avrà bisogno di un ruolo nella pianificazione – una parte nella pianificazione socialmente responsabile.

Riconosco che questo concetto di responsabilità sociale è molto sospetto; è una specie di gusto missionario; e siamo giunti a considerarlo, pr come vanno leccone, trans – economico. Ma da questo punto di vista stanno cambiando due fattori. Fondamentalmente, io ho la sensazione che, a lungo termine, la mancanza di responsabilità non pagherà. Per un certo periodo di tempo è possibile condurre affari senza alcun rispetto per gli interessi della società, forse anche contro di loro ma è insensato pensare che questo stato di cose possa andare avanti all’infinito.

L’industria non può continuare più di tanto a eludere il concetto di responsabilità. La sua responsabilità riguarderà principalmente l’ambiente umano. Questo ambiente non è mai stato pieno di oggetti originali e più vuoto di contenuti, di modelli disciplinati. Presto o tardi, che ci piaccia o no, il mondo dell’industria dovrà fare qualche cosa in merito al cambiamento di questo stato di cose. L’ambiente dell’uomo non può più continuare ad esistere nel modo in cui si presenta oggi: un accostamento puro e semplice di elementi isolati; dovrà diventare il prodotto di una crescita organica coordinata da un’intenzione unificante. Comunque, per essere in grado di trattare un compito di questo tipo, dovremo procurarci un’esperienza e una conoscenza di cui, al momento attuale, siamo quasi totalmente sprovvisti. Dovremo allargare la nostra esperienza e la nostra conoscenza attuale nel campo del disegno industriale. Secondo me, sarà necessario, in modo ben preciso, elaborare un programma di ricerca comprensivo. Sono del tutto consapevole che l’idea di ricerca (l’idea di ricerca fondamentale), nell’ambito del disegno industriale, apparirà come fuori del normale. Nondimeno, per un’industria che prepara scientificamente le sue scelte,come sempre di più farà nel futuro, solo il disegno industriale ce si basa sulla ricerca sarà in grado di produrre nuovi contributi di valore.

Fra i temi di ricerca sul disegno industriale che dovranno subito essere affrontati, prima degli altri andrebbe annoverato lo sviluppo dei metodici una pianificazione sistematizzata del prodotto. A differenza dei metodi attualmente in uso in alcune compagnie, questi dovranno fornire un’informazione più o meno precisa sulle proprietà dei prodotti, per quanto riguarda la forma e l’immagine, vale a dire, un’informazione che indichi su che base può essere stabilita un’analisi combinatoria o una teoria sistematica delle forme e delle immagini dei prodotti. Un altro tema nel programma di ricerca fondamentale e strettamente riferito al precedente,dovrebbe essere quello di uno studio della complessità funzionale degli oggetti tecnici. L’intensificazione del lavoro in questo campo (che è stata iniziata un buon numero di anni fa da Abraham_Moles in Francia e da Herbert_A._Simon negli Stati Uniti) dischiuderà indubbiamente nuove opportunità al disegnatore industriale, per rinnovare, cioè, per creare prodotti che non solo possono avere l’aspetto del nuovo, come succede spesso ma che siano realmente nuovi strutturalmente e funzionalmente.

Anche i problemi inerenti a una progettazione per la comunità formano un campo di ricerca molto importante. Mentre lo studio e la produzione di articoli di lusso e di armi per la distruzione possono contare sulle risorse più avanzate e più elaborate della tecnologia attuale, ai servizi per la comunità viene limitata la sola assistenza più elementare. Le misure adottate in questo campo non possono consistere solamente nell’applicazione meccanica dei risultati tecnologici raggiunti in altri campi che risultano, a diversi livelli, frivoli o sinistri. Il problema del sottosviluppo dei servizi comuni non è solo puramente tecnico; è relativo anche al sottosviluppo del disegno industriale. Qui, più che in qualsiasi altra sede, l’improvvisazione non ha più alcuna ragione di esistere. Non si può attuare alcun tipo di progresso, senza una valutazione completa dei diversi comportamenti operativi nell’uso dei servizi comuni. In altre parole, solo attraverso una ricerca dei fondamenti del disegno industriale,si possono stabilire le giuste condizioni per il suo miglioramento radicale.

Le industrie minerarie, come quelle carbonifere e le industrie di trasformazione, come quelle dell’acciaio, sono, secondo me, quelle che più facilmente possono apprezzare la nuova funzione del disegno industriale. Vorrei aggiungere – in qualche modo paradossalmente –che sono nella condizione migliore per farlo, perché fino ad ora hanno avuto a che fare con la loro funzione primitiva i misura minore che le altre industrie. Dobbiamo tenere bene a mente che la forma e la figura da attribuire ai prodotti di consumo costituiscono il carattere essenziale delle industrie manifatturiere, dato che è il lavoro che determina il processo finale e non industrie che estraggono il materiale grezzo o producono materiali semi lavorati. Dal momento che la realtà del consumo è una realtà concreta, presente e immediata, l’altra diventa  astratta, remota  indiretta. Per esempio, l’industria dell’acciaio non si è mai sentita responsabile dei prodotti finiti gettati sul mercato da compagnie che hanno fornito dei semplici prodotti semi lavorati.

So che esistono alcune eccezioni, per esempio, le branche dell’industria dell’acciaio che hanno a che fare direttamente con i prodotti finiti, come le locomotive, le gru, gli accessori  delle macchine e gli elementi complicati usati nell’edilizia. Tuttavia, data la natura di questi prodotti, queste eccezioni non presentano una rilevanza reale per quanto riguarda ciò che ho appena terminato di dire. Le industrie estrattive e manifatturiere,completamente rimosse, se non addirittura separate dal mondo del consumatore, da una parte hanno perso il contatto con chi usa il prodotto finito, che è il fine ultimo dell’intero processo economico,mentre, dall’altra parte, sono riuscite a evitare le distorsioni e le contorsioni delle industrie che devono fare i conti con le esigenze reali o supposte del consumatore. In una parola, si sono tirate fuori dai fatti reali, sebbene siano ancora in grado di vederli. Questa non è una buona cosa. In ultima analisi, non è difficile arrestare un processo, se ancora si può intuire il suo sviluppo.

Per questo motivo mi arrischio a obiettare che i nuovi compiti del disegno industriale possano essere afferrati meglio dalle industrie estrattive e manifatturiere. Sono convinto che, senza affermare di subentrare ai compiti che appartengono alle industrie manifatturiere, potrebbero e dovrebbero dare un loro contributo alla ricerca fondamentale su disegno industriale.

Nei prossimi decenni il mondo dovrà fare i conti con compiti di una grandezza e di una complessità fino ad ora sconosciuti. Questi compiti dovranno trattare direttamente o indirettamente del piano ambizioso che vuole fornire servizi fondamentali per più di due miliardi di esseri umani. La preparazione dei metodi più appropriati del disegno industriale per affrontare questi nuovi compiti deve essere attuata nell’industria estrattiva e manifatturiera. Le industrie manifatturiere si affidano ai principi del disegno industriale, così come si accettano oggi, in maniera eccessiva perché possano riuscire a studiarne dei nuovi, adottabili in futuro e i qualsiasi posto.

Nondimeno, devo ricordare che, allo stato attuale delle cose, le industrie estrattive e manifatturiere incontrano delle difficoltà nell’assumersi questa responsabilità. Il punto cruciale è rappresentato dalla linea di condotta adottata in merito ai problemi coinvolti. Ogniqualvolta queste industrie si sono espresse in modo favorevole nei confronti del disegno industriale, hanno dimostrato una preferenza no corretta per un particolare materiale; in altre parole, il loro desiderio era di sapere come, nel più breve tempo possibile, avrebbero potuto utilizzare il disegno industriale per aprire nuovi campi di utilizzazione per del materiale che esse stesse producevano. Un esempio molto significativo è costituito dall’iniziativa promossa dalle industrie della plastica e dell’alluminio; e sembra che l’industria dell’acciaio si comporti allo stesso modo. Il fatto indiscutibile che i disegnatori industriali siano invitati a prendere parte a questo Congresso, può confermare quanto ho detto. Nondimeno, spero che la nostra presenza possa aiutare l’industria dell’acciaio a evitare i fraintendimenti commessi dalle industrie che ho appena citato.

Onestamente, spero che il mestiere del disegnatore industriale non sia semplicemente quello di lanciare sul mercato un particolare materiale. Il mondo di domani non sarà fatto tutto di plastica, di alluminio o di acciaio. Non ha alcun senso supporre che non ci sarà alcun altro materiale destinato ad essere il materiale per la tecnologia del futuro.

Fino a poco tempo fa la maggior parte dei disegnatori industriali propendeva per questa idea, un’idea molto vecchia nella storia del disegno industriale, l’idea della “Materialgeregerechtigkeit” “Verità dei materiali”). Quello che i precursori del disegno industriale intendevano fondamentalmente come “verità dei materiali” era che un materiale non poteva servire ad u altro, sia per l’aspetto che per la funzione.

Più tardi nacque un’interpretazione accettata su una scala meno vasta. Si difendeva l’idea che un prodotto di qualità andava realizzato completamente con un solo materiale. Comunque, anche se i disegnatori industriali del nostro tempo, di oggi, condividono la convinzione di non amare e quindi evitare l’imitazione, nessuno accetterebbe più a lungo il cosiddetto principio che la perfezione si può trovare solo negli articoli prodotti interamente con lo stesso materiale. Per esempio, l’idea di costruire un gruppo sanitario in plastica o in acciaio, è piena di vita come un fossile. Io non voglio dire che, in teoria, non sia possibile, o anche in pratica – ma è il tipo di virtuosismo che non paga, tecnicamente, economicamente e funzionalmente.

Sembra, per quanto si possano prevedere degli sviluppi tecnologici, che la tendenza futura, come oggi, farà uso liberamente di qualsiasi materiale considerato più idoneo per ogni scopo, intero o parziale. La conseguenza sarà che oltre un certo gradoni complessità, i prodotti avranno bisogno di una differenziazione strutturale e funzionale progressivamente più grande, che, naturalmente, implicherà una più grande varietà dei materiali usati. Nulla fa supporre che la composizione materiale dei prodotti tecnici potrà diventare più omogenea: al contrario, allo stato attuale delle cose, tutto fa pensare che lo sarà meno che oggi.

A volte è evidente che la strategia di mercato dell’industria dell’acciaio – come quella delle industrie della plastica e dell’alluminio – è influenzato in modo non indifferente dallo stesso tipo di fraintendimenti che contraddistinguono i precursori del disegno industriale. Anche qui, sempre per motivi diversi, si afferma che un materiale – l’acciaio – può funzionare indipendentemente dal resto. Indubbiamente, in questo modo si spera di accrescere la supremazia competitiva dell’acciaio. Ma l’ostinata e apparente convinzione con cui si mantiene questa posizione ci porta a chiederci se le motivazioni non siano puramente economiche. Probabilmente derivano anche da un certo modo tradizionale di pensare, profondamente penetrato nell’industria, l’elemento mitico ma costante nelle antiche industrie del metallo. In verità, questo “Pan Metallismus” non si distacca da quanto Gaston_Bachelard aveva definito la “Rêves de la ferréité” o la “Rêverie métallique” (“fantasticheria metallica”).

X gaston_bachelard Gaston Bachelard

Quando esiste un pregiudizio esplicito in favore di un particolare materiale, ci sono poche possibilità di apertura per una cooperazione costruttiva tra i disegnatori industriali e l’industria dell’acciaio o qualsiasi altra industria manifatturiera. D’altra parte, se si rinunciasse a questo comportamento, si aprirebbe una grandissima quantità di possibilità. Per concludere, mi piacerebbe azzardare una proposta,benché mi renda conto che, per quanto riguarda questo Congresso, possa apparire come un sacrilegio. Propongo che le industrie estrattive e manifatturiere, contro ai loro interessi contrastanti, sostengono compiutamente una ricerca fondamentale per quanto riguarda il disegno industriale; nella prospettiva di trovare nuovi campi di utilizzazione, non per qualche materiale particolare ma per tutti i materiali in generale. In altre parole, vi chiedo di considerare il disegno industriale come un campo in cui si attuino convergenze e non divergenze.

Le industrie estrattive e manifatturiere dovrebbero sforzarsi di elaborare un piano comune per il futuro. E anche se oggi i loro interessi sono differenti e i loro destini opposti, con ogni probabilità, prima di un tempo non troppo lontano, saranno gli stessi.

 

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Abitazioni per studenti in cellule spaziali (Ulm 14/15/16 settembre 1965), Istituto di Industrializzazione edilizia. Direttore: Herbert_Ohl

Metodo

Si è prestata particolare attenzione alla ricerca della standardizzazione delle piante e dell’organizzazione spaziale delle abitazioni, prendendo in considerazione la normativa tedesca concernente la costruzione di abitazioni di questo tipo e le esperienze dei Paesi scandinavi.

Gli elementi: stanza di soggiorno, di lavoro e riposo; stanze collettive, stanze aggiuntive per gruppi, zone di traffico, sale collettive.

Oltre alla ricerca relativa alle sistemazioni in pianta, è stata condotta una ricerca riguardante le costruzioni di edilizia industrializzata che si potevano applicare al tema trattato.

Tipi di stanze

Sono stati definiti tre dimensionamenti per le stanze di circa 12 mq. di superficie. Ratio delle pareti laterali: 1:2 (m. 2,40 x 4,80); Tipo B: 1:1,4 (m. 3 x 4,20); Tipo C: 1:1 (m. 3,60 x 3,60).Ne consegue la possibilità di un certo numero di variazioni di pianta; organizzazione è stato adottato il modulo internazionale di cm. 30.

Tipo A (1:2) è probabilmente il più economico, rispetto a B o C. Il vantaggio più grande rispetto a B o C è costituito dalla maggiore possibilità di sistemazione interna. Nel Tipo A possono entrare due letti, paralleli e ortogonali all’asse della stanza. In questo senso il Tipo C è ancora migliore, con la possibilità di adattamento per studenti ammogliati.

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Tre metodi costruttivi.

Tipo 1

Processo a componenti che consiste di un sistema di lastre standardizzate in cemento rinforzato di dimensioni relativamente piccole.

Applicabile a tutti i tipi di costruzione residenziale. Si tratta di un “Sistema aperto”. Livello di prefabbricazione: medio – basso. Livello dei costi di assemblaggio: medio – alto. Installazioni e interni secondo i metodi convenzionali. Bassa stabilità strutturale. Basse proprietà fisiche, specialmente per quanto riguarda l’isolamento acustico.

Tipo 2

Sistema di costruzione che usa grandi lastre di cemento rinforzato. Applicabile a tutti i tipi di edificio residenziale, previe modifiche. Si tratta di un “Sistema chiuso”. L’area di applicabilità è inferiore a quella del Tipo 1. Livello di prefabbricazione –  medio. Costi di assemblaggio:medi. Installazioni e interni secondo i metodi tradizionali. Il sistema possiede sufficiente stabilità strutturale e limitate proprietà fisiche, soprattutto per quanto riguarda l’isolamento acustico.

Tipo 3

Si tratta di un sistema di costruzione di cellule spaziali consistente di unità di tipo standard di cemento rinforzato di grandi dimensioni. Applicabile a tutti i tipi di costruzione residenziale. Innanzitutto, è un sistema chiuso (produzione di unità spaziali monolitiche). Secondariamente, diventa un sistema aperto, con la costruzione della cosiddetta cellula “toro” (produzione di tori piccoli e unificati e delle loro tracciature).Grande area di applicabilità. Alto grado di prefabbricazione, comprendente l’isolamento, realizzato alla produzione. Bassi costi di assemblaggio. Alta stabilità strutturale. Buon isolamento acustico dovuto alle grandi unità relativamente indipendenti che sono congiunte elasticamente.

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La Fase 1 dello sviluppo costruttivo della cellula spaziale porta a una progettazione con queste caratteristiche: copertura semplice, apertura ai due lati, tubolare, chiusura ai quattro lati, spessore della parete cm. 6 per un edificio a tre piani. Un nuovo contributo al sistema costruttivo viene dalle aperture tubolari e dagli attacchi,messi uno contro l’altro e verso lo spazio libero, consentendo numerose variazioni spaziali, come è stato sperimentato nell’Unione Sovietica e nei Paesi socialisti; grazie alle connessioni elastiche delle cellule (supporti di estrusione in Perburan-C, accoppiate a estrusioni verticali incollate) che rendono possibile uno spazio autonomo che può essere sovrapposto o accantonato, senza sostegni o interventi aggiuntivi. Le fondamenta (strisce e punti) sono attrezzate con supporti di Perburan-C.

Si sono incontrate delle difficoltà nella produzione di grandi coperture con pareti sottili: Non era sufficiente la stabilità media. Il tentativo di aumentare lo spessore delle pareti e rinforzando gli angoli non ha prodotto risultati convincenti.

Nella Fase 2 le unità spaziali sono state suddivise in tori unificati. La copertura singola può essere suddivisa in una copertura duplice con barre di attraversamento e strisce longitudinali. A dispetto della forma più complicata, la produzione dei tori incontra minori difficoltà (dimensioni più piccole, peso minore). I tori (altezza cm. 60) con pareti cellulari sono assemblati usando nei giunti strati elastici molto sottili. Le cellule composte in questo modo presentano un’alta stabilità formale. Sono possibili sbalzi e travature a sbalzo orizzontali e verticali. Lo spazio vuoto fra le pareti a copertura doppia possono essere utilizzati per qualsiasi installazione. Con l’aumento del materiale di rinforzo della costruzione a doppia copertura, si possono realizzare campate di luce (per esempio,fino a m. 7,2).

All’isolamento e alle attrezzature interne si provvederà già al momento della fabbricazione (finestre, tramezzi, rivestimento di pavimenti e pareti, installazioni sanitarie, riscaldamento e condizionamento dell’aria). Per l’unione degli elementi secondari (come le finestre) con quelli primari (l’unità spaziale), si usa esclusivamente Perburan-C.

Aspetti economici.

I costi ammontano a circa 126.000 marchi, se si considerano i prezzi convenzionali di supporti, collaggi, connessioni di unità saziali e finestre.Usando il Perburan-C, i costi si possono ridurre a 84.000 marchi, con un assemblaggio semplificato ed escludendo un miglio isolamento acustico. La conseguente applicazione di connessioni elastiche e di estrusioni incollanti è resa possibile solo in connessione con la costruzione della cellula spaziale.

Lo sviluppo di questo sistema costruttivo è statosostenuto dalla Fondazione Geschwister – Scholl di Ulm, dalla Bayer Leverkusen e dalla Hochtief, Augsburg und Liebenau bei Hannover.

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Il 22 settembre 1965 Reyner Banham ha tenuto la Conferenza di apertura alla Quarta Assemblea generale dell’ICSID a Vienna. Qui pubblichiamo una versione ridotta di questa conferenza (“Ulm”,  14/15/16 settembre 1965)

Reyner_Banham: Servitori del volere pubblico.

Pro e contro la comunità.

Non ci è nessun disegno industriale che non sia progettazione per la comunità. L’artigianato può essere personale e individuale ma l’industria è un’attività comune. Il disegnatore industriale assume la comunità della fabbrica per produrre il suo progetto, una comunità di acquirenti che ha bisogno di quel design, una comunità di servizio che provvederà al suo funzionamento, alla strada per cui correrà e così via. L’attività del disegnatore industriale comprende anche la vita e il lavoro di altre comunità che nemmeno conosce – il design di una sedia può aumentare il taglio di un particolare tipo di legno duro in Africa, incrementare il consumo di elettricità per nuovi impianti di saldatura a Zagabria o a Caracas.

“Comunità” –emotiva e oggettiva.

Chiaramente mi capita spesso di azzardare e di suggerire un’accezione generale del termine di “comunità” che si applica al dibattito di questo Congresso, un senso che abbracci tutte le sfumature linguistiche e politiche. Per prima cosa, mi sia consentito dire del senso emotivo o sentimentale del termine, il senso che rende questa parola una parola che va bene usare nel nome di un Congresso, che rende la”comunità” uno slogan o un lamento canzonatorio per i dissidenti e i ribelli di tutto il mondo. È un senso che va considerato valido anche per gli uomini maturi e responsabili di buon senso, senza però tenere troppo in considerazione i loro punti di vista politici. La sua forza sta nell’essere l’opposto o l’antinomia dell’alienazione e l’alienazione è mal vista da tutte le colorazioni politiche – anche gli USA, che ufficialmente esaltano l’elettore atonico, il democratico indipendente, esaltano anche gli organi formali e informali della comunità e il sentimento nebuloso del non essere alienato che va sotto la definizione di “stare insieme”. Per questo motivo, è una parola da maneggiare con cautela; il solo fatto che riscalda il cuore può farle ottenebrare la mente. Possiamo essere tentati di ipotizzare che il design fatto “per la comunità” è più desiderabile, più responsabile, più moralmente sano del design fatto per altri committenti. Penso che sia giusto fare del design nella comunità, in questo senso, sento anche il tepore dell’auto approvazione – dal momento che ricordo che questa stessa comunità commissiona anche il progetto delle prigioni., dei lacrimogeni e delle bombe atomiche e quindi mi sembra che, per quanto piacevole sia la sensazione che un individuo prova nell’essere membro di una comunità, deve necessariamente essere molto obiettivo nelle valutazioni della forma organizzativa in cui quella comunità si esprime.

La comunità come committente.

Innanzitutto, la comunità è una totalità sociale o qualche cosa di molto simile ad essa: cioè, è comprensiva di tutte le differenti classi e dei gruppi di interesse che completano la società. Tutti usano la strada e le sue attrezzature. Tutti hanno bisogno di servizi sanitari, di trasporto e di  istruzione ma molto meno di fucili da caccia, di strumenti per il disegno, di mietitrebbia e di microscopi elettronici. In secondo luogo, è unificata sul territorio o quasi: cioè, la comunità di identifica con qualche area familiare e riconoscibile della superficie della terra. Un sistema ospedaliero serve una massa definita di insediamenti umani; i sistemi dell’istruzione servono il circondario, la regione, la città, lo Stato. Nessuna di queste  categorie comunque del tutto completa. Comprendono la maggior parte delle attività della comunità a cui devono partecipare i disegnatori industriali ma rimane vero, per esempio, che il trasporto e la comunicazione abitualmente stanno oltre i confini territoriali della comunità.

Comunque, c’è un terzo aspetto specifico che comprende tutte le attività promozionali significative dell’attività di progettazione della comunità: le armi o gli organi con cui opera sono politicamente costituiti e prodotti da una pressione politica o ad essa sottoposti.

E, in quanto animale politico, presenta un ulteriore aspetto, caratteristico quanto basta per giustificarne la menzione qui. La comunità non solo patrocina il design attraverso i suoi organi politici ma interferisce anche nelle relazioni fra il progettista e il committente in un modo in cui nessun altro tipo di committente può fare. Si arroga frequentemente i diritto di costituire istituzioni e consigli,centri di design e mostre con cui cerca di influenzare le tendenze e da cui traccia le indicazioni del gruppo; ed è sempre in grado di rinforzare le leggi, fissando gli standards della produzione, funzionali e qualitativi.

Questo è quindi il cliente comune, il committente pubblico, totale, locale, politico e legale. Come membro della comunità sono molto cosciente della posizione in cui mi trovo. Nessuna organizzazione professionale o politica mi sostiene in questa posizione: non c’è consiglio internazionale per la difesa delle vittime del design pubblico. Sono semplicemente la personificazione di quella trovata ricorrente che è “l’istruita ignoranza”. Ma anch’io mi trovo nella posizione da cui si mettono in imbarazzo i designers famosi e gli amministratori del design davanti agli occhi del mondo, domandando perché cade il cappuccio della penna a sfera ogni volta che la si mette nel taschino, perché nel mondo i centri di design sono così pieni di eleganti immondizie, perché oggetti ridisegnati, come gli apparecchi telefonici, si guastino più spesso di quelli che si supponeva dovessero rimpiazzare.

Design e politica.

La funzione del designer e dell’amministratore è di mettere la serie migliore possibile di prodotti nelle mani del pubblico; non si possono accusare gl errori ma bisogna spiegarli. Nel campo del design pubblico gl amministratori e i designers dovrebbero stare molto attenti, quando si incaricano di tali spiegazioni in società. Le loro discipline professionali sono strettamente connesse; la politica stata definita arte del possibile” ma la definizione potrebbe essere applicata allo stesso modo al mondo commerciale del design e molte delle ragioni per cui non riusciamo a realizzare il Socialismo oggi o a risolvere il problema dell’integrazione razziale,domani, sono le stesse che ci impediscono di mettere in circolazione un dispenser di sapone attendibile, la settimana prossima o un’automobile totalmente sicura. Sarebbe meglio ammettere queste mancanze in modo sincero e, se possibile, prevenire la loro critica. Può essere una strada lunga e difficile, quella che va dalla prima intuizione di un prodotto migliore o di una legge migliore, al punto in cui la versione finale diventa disponibile nel mondo reale.

Ho iniziato parlando delle armi politiche della comunità e della loro funzione di committenti del design ma sono arrivato ad associare amministratori e designers, non in una relazione artista/committente o padrone/servitore ma come partners uguali nel servizio pubblico. Un servizio sanitario o una rete di trasporti, una scuola, un sistema telefonico:tutte cose che, nel momento in cui incontrano il pubblico, diventano un design legittimo allo stesso modo di un disegno di prodotto industriale. Nel campo dei servizi pubblici il buon governo e il buon design sono uno e indivisibili.

Soddisfare l’appello per un’autocritica non è mai facile, ancora meno quando sapete che il mondavi sta guardando. Ma, proprio perché il mondo sta guardando, la cosa più necessaria da fare è l’essere trasparentemente franchi ed onesti. E a questo punto devo dare alla stampa il suo carico d’onore: stiamo operando nell’ora in cui il  design penetra nella vita politica e sarà difficile segnare punti pro o contro particolari approcci del design politico. Non fatelo: quando un uomo ha il coraggio di stare in piedi in pubblico e ammettere che ha fatto un errore o lo ha fatto il suo gruppo o la sua nazione, allora applauditelo, perché è di una statura più alta della maggior parte dei nostri rappresentanti alle Nazioni Unite. E, dato che siamo in tema di politica, ho fiducia che il Congresso non sarà mai meno franco sull’effetto dei sistemi politici sui metodi di design. Risparmiamoci ogni “non sense” che dice: “Il buon design è universale”: nell’area dell’utilizzo pubblico il buon design è interamente condizionato dalle sue circostanze politiche.

Quattro ragioni per la irrealizzabilità del design.

Uno dei problemi più incresciosi nel campo del disegno industriale per il servizio pubblico è quello della validità. La storia recente del design è sconvolta dalle tombe dei brillanti prototipi che non sono mai entrati in attività; design che muore perché era venuto a mancare il denaro – che è un altro modo per dire che il design non era abbastanza convincente per persuadere qualcuno, eccetto gli amici del designer nella gestione precedente – o perché la soluzione del designer era troppo costosa- che è un altro modo per dire che gli amministratori erano troppo timidi per commissionare il denaro necessario – o perché il nuovo design non mostrava vantaggi maggiori dei modelli già in servizio – che è un altro modo per dire che l’amministratore capo o il designer capo non potevano sopportare la vista delle reciproche facce. Il buon design per uso pubblico comprende il designer e l’amministratore nel processo congiunto dall’evoluzione del design che la comunità può produrre –che vorrà produrre – per renderlo disponibile al pubblico.

Uno studio a caso: un attaccapanni.

Questo attaccapanni doppio è stato installato come attrezzatura standard negli spogliatoi di una piscina a Londra, dove si è dimostrato essere un cattivo design. È del tutto impossibile appendervi gli abiti, per la semplice ragione che è scomparso. Non si è rotto, non si è piegato; è scomparso dalla parete, lasciandosi dietro i due buchi delle viti, come muta evidenza di una tragedia del design minore. Ma anche se è minore, è una tragedia molto istruttiva. è scomparso dalla parete perché i nuotatori, nella loro esuberanza, vi si dondolavano con tutto il loro peso; perché i ragazzini, con la loro curiosità, provavano a vedere se riuscivano a svitarlo con un temperino; perché i giovani teppisti, nella loro fissazione sanguinaria e psicopatica, lo portavano vandalisticamente per le strade. Così potremmo essere portati a pensare che chi aveva sbagliato era il progettista, perché non aveva progettato un gancio con un fissaggio più solido, che non poteva essere divelto. Ma è sua la colpa?  Sicuramente è da criticare il progettista, perché ha indicato un gancio non adatto alle circostanze. Ma chi ha creato le circostanze? Il problema fondamentale, qui, è quello che gli stanzini non sono controllabili in modo adeguato. Sono stretti insieme in un piccolo spazio sotterraneo e sono sicuro che tutti si sono compiaciuti per una porzione di progettazione realmente compatta. Ma il risultato è che i guardiani non possono vedere gli stanzini e la gente negli stanzini sa che non è osservata. Così i ganci se ne vanno dalle pareti.

Ma da dove parte questa sfortunata combinazione di gancio e circostanze, fissaggio povero e controllo inadeguato? Da un affarismo gretto dell’autorità che ha commissionato il design. Con più denaro si sarebbe potuto scegliere un gancio migliore. Data la carenza di denaro, l’architetto avrebbe forse potuto accettare la pianificazione compatta e risolvere il problema del gancio semplicemente lasciando i termini di un paio d’aste fuori dal cemento. Non sarebbe stato bello ma sarebbe stato qualche cosa dove attaccare i vestiti. Ma sono pronto a scommettere che né all’architetto, né al presidente della commissione delle piscine sarebbe piaciuto ammettere che questa era una soluzione. E naturalmente niente di tutto questo potrebbe succedere in n sistema politico differente. Non perché sarebbe stato disponibile più denaro ma  perché alcune nazioni si impegnano a educare i loro cittadini a rispettare la proprietà pubblica, anche quando nessuno sta guardando. Un modo di risolvere questo particolare problema d design potrebbe essere quello di avere cinquant’anni di comunismo di tipo russo. Tutti i miei amici comunisti mi assicurano che non c’è vandalismo ai danni della proprietà pubblica in Russia. Ma l’Inghilterra è ancora una sorta di democrazia da libera impresa e la gente che progetta amministra il design in Inghilterra dovrebbe riconoscere che una delle imprese gloriose che gli inglesi si permettono liberamente è quella di dondolarsi non visti dagli attaccapanni. Di fronte a questa situazione e ad altre come questa, la maggior parte di noi è portata a dire: “Ma tu non puoi trattare le persone come fossero selvaggi. Tutto quello che puoi fare è di fornire alla gente un ambiente decente e sperare che lo rispetti”. Personalmente non credo che sia così. Le armi politiche del design pubblico possono lavorare con e non contro la natura umana no rigenerata.

Il pubblico come amateur.

Il design per le nuove comunità soprannazionali deve essere design più semplice. Non serve pensare che perché un uomo è a New York sappia leggere l’inglese, che perché è a Parigi sappia come usare il sistema degli autobus, che perché è un agricoltore sappia lavorare con una mietitrebbia sofisticata. Noi, il pubblico, siamo amateurs soprattutto delle cose di cui ci intendiamo. Siamo animali non specializzati con un livello di abilità globale medio, sufficiente a mettere o sostituire un fusibile bruciato. Ci si può disperare per come sovraccarichiamo le lavanderie pubbliche, per come prendiamo a calci il televisore quando il quadro non è buono o per quando sbagliamo il numero di codice scrivendo lettere. “Come possono essere così stupidi?” – si grida disperati. Vi dirò come: abbiamo delle cose migliori da fare, che conoscere a fondo le macchine complicate progettate dai designers o riempire i questionari degli amministratori. Potremmo usare il tempo in modo più proficuo dando da mangiare ai bambini o scrivendo il grande romanzo americano o cogliendo frutti o dimostrando contro la guerra in Vietnam o arando un solco diritto, cantando nel bagno o schiacciando gli acini d’uva, vincendo la Coppa del Mondo di calcio, visitandole grotte di Lascaux

o gettando sassi nel mare. Siamo disposti a fare una lunga strada per incontrarvi. Impariamo a ricordare e usare i codici da comporre con le dieci dita che i normali telefoni e l’amministrazione telefonica sembrano volere. Ma speriamo che il Vostro intento ultimo sia l stesso del mio –che in qualche parte del mondo i miei amici siano capaci rialzare il telefono e dire: “Voglio parlare con Reyner Banham a Londra ed essere messi immediatamente in comunicazione.

Il Motto del Congresso.

E così vengo al Motto, alla frase chiave che offro al Congresso. È la somma di tutto quanto ho detto, concentra l’argomento che ho inseguito, in otto semplici parole. Come tutte le grandi verità, è un motto banale, fuori moda, noioso, ridicolmente ottuso e tutto il resto; ma è stato scritto da un pensatore più grande e originale di quanto possa pretendere di essere io; un uomo che ha arricchito della sua presenza molte comunità – angheria, Germania, Inghilterra, America e adesso è compreso nel numero degli immortali del design – LaszloMoholy-Nagy–  e dice proprio così: “Nicht das Objekt, der Mensch ist das Ziel” (“Non è il prodotto ma è l’uomo il nostro fine”).

 

ulm 14/15/16 settembre 1965

 

Il 28 ottobre 1965 Herbert_Ohl, Direttore del Dipartimento di Costruzione della HfG, ha tenuto una conferenza in occasione del Congresso dell’Acciaio in Lussemburgo.Ne pubblichiamo una versione leggermente abbreviata.

Edilizia industrializzata in acciaio.

La progettazione è un processo coordinato, un’attività volta a bilanciare tutti gli aspetti di un problema da risolvere. L’edilizia industrializzata, un nuovo modo di ordinare il processo edilizio in tutte le sue fasi, subentra alla prefabbricazione. La prefabbricazione è un periodo di transizione che dipende da specifiche condizioni storiche. Il periodo di transizione è caratterizzato dal fatto che il processo edilizio è parzialmente razionalizzato e dal fatto che le costruzioni degli edifici è stata sconvolta. L’acciaio, insieme a materiali, processi di produzione e metodi di costruzione differenti, contribuisce a risolvere l’intero problema della costruzione. Soppianta così la primitiva “architettura in acciaio”, in quanto questa era progettualmente limitata.

Cambio delle fondamenta.

Il cambio delle fondamenta delle costruzioni in acciaio si manifesta nella crescita di una nuova estetica edilizia in acciaio e nella sua susseguente trasformazione in un’estetica dell’edilizia industrializzata in acciaio. Ponti sospesi, strutture a scheletro in travi di ferro a getto mostrarono le nuove possibilità, i principi d le forme delle costruzioni in acciaio. Sono esempi pionieristici di un’estetica della costruzione in acciaio. Questi progetti erano per certi aspetti più progressisti di molte acclamate soluzioni moderne. Durane il periodo successivo della pre – industrializzazione – intendendo qui l’edilizia moderna e la prefabbricazione come sue forme di transizione – l’applicazione dell’acciaio nella costruzione edilizia contribuisce ala formazione di un’estetica dell’edilizia in acciaio. L’estetica comunque limitata a semi prodotti, estrusioni lineari e strutture di tralicci spaziali fatti di queste estrusioni.

La “verità del materiale” e la “determinazione dei fattori ingegneristici” sono i motivi ricorrenti della purificazione e della chiarificazione del periodo pre industriale, durante il quale gli angusti limiti di materiali e dei processi venivano adorati come criteri formali decisivi. Tale dottrina estetica semplicistica ha perso il suo valore. Ha dato il suo contributo alla divulgazione di uno stile dell’architettura in acciaio di cui non esistono più le convinzioni puristiche. Gli scheletri in acciaio sono rivestiti di cemento, gli scheletri di cemento sono parzialmente rivestiti di acciaio e forniti di giunti d’acciaio, le facciate sono ornate di lesene di acciaio e altri materiali cercano di assumere l’aspetto di queste forme stilistiche. Sono stati allargati i limiti dei materiali e dei processi e i loro limiti di applicazione. La tendenza si muove verso un patrimonio sempre più ricco di forme. Al periodo finale della moderna costruzione riformata secondala “verità del materiale” segue un nuovo periodo della progettazione, dove sono resi possibili una selezione più ampia, un’applicazione di materiali specifici, processi e metodi di costruzione. Questo cambiamento delimita già l’area dei beni di consumo. Per la sfera della nuova edilizia industrializzata in acciaio riconoscere questo cambiamento è un presupposto per u futuro contributo con l’acciaio. Si è allargata in modo considerevole l’apertura per una progettazione aperta. La combinazione delle possibilità tecnologiche con altri importanti fattori (funzione,ambiente) rende possibile una scelta pertinente, un’applicazione fisica dei materiali specifici, una applicazione fattibile dei processi e dei metodi di costruzione. Il compito centrale dell’edilizia consiste bel dare un “telaio” attendibile alla vita e al lavoro in certe condizioni ambientali. Questo compito può essere risolto solo con l’aiuto di materiali, di costruzione e di processi industriali adattabili e altamente efficienti.

L’acciaio può rendere al meglio se combinato con altri materiali versatili. L’acciaio, da solo, non determina più la forma. Al contrario, la progettazione,come manifestazione di molte singole soluzioni per problemi umani e tecnici, è ottimizzata dall’acciaio, se non proprio resa possibile del tutto. La nuova estetica della progettazione nell’area dell’edilizia industrializzata in acciaio segue la dottrina del “determinata dall’ambiente” e “riferita al materiale”.

Le nuove condizioni.

La struttura dell’edilizia in acciaio si realizza con delle trasformazioni; anche per quanto si riferisce al compito del progettista nell’area dell’edilizia industrializzata. L’industria dell’acciaio produce solo parti del prodotto “Edilizia”. Deve essere trasformata in un’industria che produca tutti i prodotti. L’imperativo per l’edilizia industrializzata in acciaio è l’esistenza di un’industria dell’acciaio in un senso comprensivo – una nuova organizzazione dell’industria che comprenda l’intero compito della pianificazione, della produzione e della distribuzione. Solo così può essere efficiente la progettazione nel campo dell’edilizia industrializzata. L’industria dell’edilizia in acciaio di oggi ha già le possibilità virtuali per un cambiamento di questo tipo. Fin qui – con poche eccezioni – poteva non applicare i nuovi processi industriali e i nuovi metodi di costruzione per l’acciaio che da tempo sono i riferimenti sicuri per le industrie che producono beni di consumo.

L’industria dei trasporti e la cantieristica usano principalmente l’acciaio come materiale strutturale. Lavorano con l’acciaio e completano l’intero prodotto con le installazioni. I loro prodotti sono di tutte le dimensioni e variano di grado d complessità. Queste industrie sono esempi dell’organizzazione industriale necessaria allo sviluppo e alla produzione di prodotti complessi e totali. L’uso dell’acciaio ha contribuito in modo essenziale all’industrializzazione di molti settori della produzione. A quell’uso si è accompagnata la trasformazione dello specifico materiale grezzo, delle industrie della semi lavorazione e del prodotto finito. Nell’edilizia, comunque, simili esempi comprensivi e conseguenti di industrializzazione del prodotto finale “edilizio” esistono solo potenzialmente. Lo sviluppo dell’edilizia industrializzata è un presupposto indispensabile per un’applicazione nuova ed efficiente nella costruzione edilizia. è solo la produzione in grande serie che permette l’applicazione economica di processi e di metodi di costruzione altamente sviluppati ed affinati. In combinazione con altri materiali possono aiutare a raggiungere soluzioni tipiche ed efficienti per compiti nuovi. Le competenze dell’organizzazione industriale, la precisa definizione dei problemi e l’incremento del livello di efficienza nell’industria dell’edilizia in acciaio devono essere affiancati dagli sforzi per una nuova terminologia unificata e perciò per la standardizzazione. La standardizzazione delle componenti della costruzione e dei tipi di costruzione con un ampio campo di applicazione è un presupposto per il controllo della nostra civilizzazione tecnica. La soddisfazione delle esigenze tipiche, attraverso i sistemi di costruzione, dovrebbe costituire il fine dello sviluppo di un prodotto senza pregiudizi e della ricerca dell’industria dell’edilizia in acciaio.

La partecipazione attiva del progettista all’interno dell’area dell’edilizia industrializzata e una contemporanea applicazione più ampia dell’acciaio sono definite dalla responsabilità del progettista stesso. Si afferma che i bisogni reali dell’utente dovrebbero essere armonizzati con le possibilità della tecnologia. Secondo la sua responsabilità svilupperà idee nuove dopo un’analisi critica riguardo a tutti i fattori. La sua indipendenza relativa da interessi di gruppo condanna il progettista – lontano dal suo compito come arbitro – ad essere l’uomo che sviluppa il concetto in tutto e per tutto.

Fini.

Quali sonagli indirizzi e le possibilità dell’edilizia industrializzata in acciaio?

Un’analisi di una problematica importante nell’edilizia in acciaio uò aiutare a formulare i criteri per nuovi sviluppi. Una ricerca sui grattacieli americani e sugli edifici per uffici fino a sessanta piani ha portato a risultati significativi. Questi edifici non sono stati analizzati a seconda del loro valore estetico, già da tempo confermato. Sono stati analizzati per le loro proprietà oggettive. La selezione di questo esempio offre il vantaggio di rappresentare i valori critici degli odierni grattacieli in acciaio – valori che possono essere trascurati, quando si considerino i tipi edilizi meno estremi, sebbene anch’essi rivestano analoga importanza. Il volume dell’acciaio usato è stato confrontato con il volume netto dell’edificio, riferito alla costruzione ultimata (fino al 33% dell’intera costruzione completata con installazioni e attrezzature) e riferito alla struttura di sostegno (fino al 20% del volume per i componenti della costruzione ai piani più bassi).Il peso dell’acciaio usato nella costruzione è stato confrontato con il peso specifico strutturalmente inefficiente e il peso netto dell’edificio (grandi spese, bassa realizzazione).

L’acciaio è stato valutato secondo i seguenti punti:

1 Il contributo alla stabilità totale (dipendentemente dal solo materiale, non dalla combinazione e dalla forma);

efficienza strutturale delle componenti edilizie (applicazione limitata della costruzione viva);

3 alta qualità del materiale usato (tendenza verso materiali di più alta qualità);

4 connessioni tra la costruzione e gli elementi di completamento (metodi convenzionali con grandi spese per forza lavoro e materiali);

5 installazioni (separazione costosa dei sistemi e necessità di grandi volumi),

6 realizzazione in connessione con materiali ed elementi addizionali (nessuna realizzazione di pannelli sandwich);

7 applicazione di un processo edilizio industrializzato comprensivo (sono prefabbricate indipendentemente solo componenti di strutture di supporto e addizionali);

8 qualità specifiche per quanto riguarda organizzazione delle camere, flusso di lavoro e condizioni ambientali (a parte la sufficiente libertà nella composizione,non ce ne sono);

9 applicazione di una coordinazione modulare e di una standardizzazione all’interno di un sistema edilizio “aperto” (applicazione delle misure e delle forme scelte in sistemi “chiusi”).

Alcuni valori critici meritano di essere trattati più dettagliatamente. La costruzione delle coperture con grande volume richiede alti costi di manifattura, senza aumentare le qualità della realizzazione. A dispetto  di esempi qualche volta impressionanti per la loro realizzazione architettonica,qui le costruzioni primarie e secondarie, i sistemi di installazione e di attrezzatura generale, non sono stati considerati né come unità integrali né come componenti edilizi coordinati. Per la loro posizione indipendente e per la loro non correlazione, servono spesso lo stesso scopo, dal momento che, nella configurazione integrale, per esempio, la stabilità inerente del componente edilizio è data, per il fatto che questa qualità è già incorporata nella costruzione stessa. La riduzione nel peso e nelle dimensioni delle coperture non comporterà soltanto diminuzioni nei costi della forza lavoro e dei materiali ma anche vantaggi fondamentali nell’uso della costruzione, delle aree costruite e dei centri urbani (più piani sulla stessa  altezza, riduzione del traffico verticale, riduzione relativa della superficie esterna). Considerando la struttura totale e la stabilità totale degli edifici scopriamo che quasi sempre il materiale staticamente efficiente distribuito sulle sezioni totali del grattacielo, invece che essere concentrato nelle zone staticamente efficienti dell’edificio, funzionalmente non importanti e difficili da raggiungere per le operazioni di controllo. I processi edilizi e produttivi, che hanno una grande influenza sulla progettazione, negli esempi analizzati avvengono all’interno di un’organizzazione imprenditoriale. Consiste di una concatenazione di molti prodotti e di molti produttori indipendenti. Da quando il prodotto è finito, a quando si cominciano ad assemblare gli elementi edilizi, passa un lungo intervallo di tempo, così come molto larghe sono le maglie tra le aree della produzione (piani) e della responsabilità (professioni). Contro tutto ciò la prefabbricazione della struttura in acciaio si limita a componenti edili lineari, connessi usando metodi di assemblaggio convenzionali per risolversi in una “struttura edilizia chiusa”. La domanda decisiva: se l’acciaio, per le sue qualità specifiche, porti a nuove soluzioni tipiche, non può ancora trovare una risposta precisa, dato che i processi di cui si parla, attuati in modo convenzionale, non si applicherebbero in modo ottimale, come invece accadrebbe con una progettazione industrializzata in acciaio per l’edilizia. L’edilizia industrializzata in acciaio offre in primo luogo le condizioni per nuovi contributi tipici. L’introduzione e il trapianto di metodi di produzione rifiniti, presi da altri settori industriali, non dovrebbe comunque portare a una sorta di moltiplicazione razionalizzata dei tipi classici di prodotti. La possibilità di adattamento flessibile a vari bisogni non dovrebbe essere sminuita da interpretazioni di moda –e da una progettazione obsoleta di un universo progettuale nell’area dei beni di consumo. In questo caso delimitate richieste di una struttura ottimale e di un conseguente impegno sono state deviate su un binario morto. Il trapianto di queste nuove possibilità tecnologiche versatili e funzionali all’edilizia in acciaio accompagnata da una acuta consapevolezza nei confronti di strutture, forze e regole modulari.  Può restituire le basi per un nuovo periodo dell’edilizia, una architettura industrializzata dell’acciaio. Questo concetto porterebbe a una stabilità complessiva dell’edificio, con una minore spesa di fabbricazione; non solo maggiori possibilità per la pianta e per l’organizzazione  spaziale e una condensazione della circolazione orizzontale ma anche una semplificazione dell’industrializzazione della costruzione – e delle procedure di montaggio in cantiere.

Gui_Bonsiepe, “Retorica visivo/verbale”, ”(da “ulm – Zeitschrift der Hochschule für Gestaltung” 14/15/16 settembre 1965)

. Questo articolo si basa su una conferenza data all’AGW (Arbeitsgruppe für Grafik und Wirtschaft”, Stoccarda) il 25 marzo 1965. Fu Tomás_Maldonado che nel 1956 in un Seminario sulla semiotica alla HfG violò il territorio vergine della retorica modernizzata.

Osservazioni sulla terminologia.

Per molto tempo il termine usato nella letteratura anglosassone di “Referent” è stato ignorato in quella tedesca (Maldonadoi T., “Beitrag zur Terminologie der Semiotik”, Ulm, 1961). er “Referent” è stato usato per comodità il termine “Significato” (“Bedeutung”). Frattanto è apparso il “Lessico della cibernetica”, in cui è entrato il termine “Referent”. Il termine “Relatum” e il suo plurale “Relata” sono sinonimi, rispettivamente, di “Referent” e “Referenter”.

La retorica non è stata investita da una cattiva fama, piuttosto è caduta in un oblio virtuale. è solo un’ombra della sua identità primitiva. è insegnata poco, o per niente, nelle scuole. E nei pochi curricula avanzati che ancora la includono, sono i suoi aspetti letterari quelli che vengono sottolineati, con il focus sulla poesia e sul dramma, piuttosto che sulla prosa.

La retorica giunta a noi dai tempi dei classici con un’aura di antichità. A prima vista non sembra adatta ad avere a che fare con il messaggio del pubblicitario, che è il retore dell’epoca moderna. Si può dimostrare che un moderno sistema di retorica può essere uno strumento descrittivo e analitico utile per trattare dei fenomeni della pubblicità. Il fine di questo articolo è quello di spiegare come può essere usata in questo modo.

I Greci antichi consideravano la retorica come arte dell’eloquenza nelle sue tre parti: politica, legale e religiosa. Trattava dei linguaggi per le assemblee pubbliche per le difese legali e per le occasioni solenni; mostrava come questi linguaggi sarebbero stati costruiti e con quali gesti dovevano essere accompagnati.

Furono dapprima i politici, i legislatori e i preti gli addetti alla retorica, dal momento che era il loro lavoro usare il linguaggio per manipolare il pubblico,al fine di ottenere una decisione finale, per stabilire un’opinione o per evocare uno stato d’animo:una decisione su una campagna di guerra, un’opinione sul prigioniero alla sbarra, uno stato d’animo in una cerimonia religiosa. Per questo fine c’erano molti mezzi. “La retorica è per eccellenza la regione della lotta, dell’insulto e dell’ingiuria, del litigio, dell’alterco, della malizia e della bugia, della malizia nascosta e della bugia sovvenzionata” (Burke K., !A Rhetoric of Motives”, p. 19, New York, 1955).

Il terreno della retorica è il terreno della logomachia,la guerra delle parole.

La retorica si divide in due tipi: uno è unito all’uso dei mezzi persuasivi (retorica utens) e l’altro alla descrizione e all’analisi (retorica docens).Nella retorica la pratica e la teoria sono strettamente legate. È generalmente definita come l’arte della persuasione, dello studio dei mezzi della persuasione disponibili per una situazione data (op.cit., p.46). Il fine della retorica come corpus di metodi applicati di persuasione è in primo luogo di formare le opinioni e, in modo più specifico, opinioni politiche.

Il compito pratico della retorica è di sfruttare le parole, così come di determinare l’attività di altre persone odi influenzare le loro azioni (op.cit., p. 41). Dove la forza è la regola, non c’è bisogno di retorica. Per la persuasione, la possibilità di influenzare e di essere influenzati presuppone la possibilità di scelta: “è diretta a un uomo solo per quanto è libero…per quanto (o, per prendere in prestito un termine della teoria dell’informazione: il destinatario dell’informazione; G B) devono fare qualcosa, la retorica è superflua” (op.cit., p. 50).

Queste condizioni di scelta sono soddisfatte su un mercato competitivo, dove i beni gareggiano l’uno contro l’altro. Al consumatore è dato un ampio campo di scelta tra i beni e i servizi ed è meglio influenzarlo nelle sue scelte. Questa è la funzione della pubblicità. E così un nuovo compagno si unisce alla triade della politica, della giustizia e della religione come terreni classici della retorica.

Non c’è fine alla catalogazione de processi retorici. Le sfumature di significato sono state fissate con precisione filosofica. I libri di testo della retorica (e sono ancora i libri di testo della retorica classica) sono notevoli per la loro abbondanza di distinzioni e per l’accettazione critica delle classificazioni tradizionali. Una terminologia ermetica adattata al latino e al greco rende difficile maneggiare e usare i concetti. La retorica è appesantita da più di duemila anni di zavorra. è venuto il tempo di modernizzare la retorica con l’aiuto della semiotica o di una teoria generale dei segni e dei simboli. Poiché, a prescindere dalle inconsistenze dei concetti che usa, la retorica classica, che tratta puramente del linguaggio, non è più adatta a descrivere e ad analizzare i fenomeni retorici in cui i segni verbali e i segni visivi vengono ad associarsi; per esempio: l’immagine e la parola. Qui la pratica della retorica ha di gran lunga superato la sua teoria.

Se si pensa all’inondazione senza fine dei manifesti, della pubblicità, degli annunci televisivi e cinematografici prodotti da una società industriale con tutte le potenzialità dell’industria della comunicazione ai suoi ordini e la si confronta con i più sporadici tentativi fatti per gettare luce sugli aspetti retorici di questa informazione, la discrepanza è molto chiara.

La retorica classica è suddivisa nelle seguenti cinque sezioni principali:

1 Regole per la raccolta del materiale, in modo particolare la scoperta degli argomenti;

2 Regole per la manipolazione del materiale, una volta raccolto;

3 Regole per la formazione linguistica e stilistica del materiale dopo la manipolazione;

4 Avvertenze sull’apprendimento del linguaggio con il cuore;

5 Regole sulla pronuncia e sul gesto (secondo Lausberg K., “Elemente der literarischen Rhetorik”, p. 8, München, 1949).

Per un’analisi dell’informazione pubblicitaria è utile la terza parte, che comprende i contenuti stilistici dei testi. Questi contenuti stilistici appaiono in rimo luogo come figure retoriche che possono essere definite come “L’arte di dire qualche cosa in modo nuovo” (Quintiliano) o come “cambiare il significato o l’applicazione delle parole per dare al linguaggio soavità, vitalità e impatto maggiori” (op. cit., p. 12). Secondo la teoria classica, l’essenza di una figura retorica consiste in un allontanamento dall’uso normale del linguaggio. L’allontanamento è operato al fine di rendere il messaggio più efficace.

Le figure possono essere suddivise i due classi:

1 Figure di parole che agiscono con il significato di parole o con la posizione delle parole nella frase;

2 Figure di idee che agiscono con la formazione e l’organizzazione dell’informazione. Il modo in cui gli autori classici effettuano questa suddivisione di un sistema in questo campo di conoscenza. Inoltre, sotto le definizioni principali di “errori di stile”, definizioni di concetti e attribuzioni di valore sono tanto mescolati che difficile separare ciò che è accettabile da quello che non lo è.

La terminologia della semiotica rende più facile selezionare queste figure con una precisazione più grande. Partendo dal fatto che ci sono due aspetti per ogni segno, esattamente la sua forma e il suo significato, arriviamo a due tipi fondamentali di figura retorica, perché una figura simile può operare attraverso la forma del segno o attraverso i significati del segno. Se pensiamo alla forma,  ci muoviamo nella dimensione sintattica dei segni. Se facciamo attenzione al significato – o ai relata, per usare il termine della semiotica – ci muoviamo nella direzione semantica dei segni (relatum è un termine che comprende qualsiasi cosa per cui un termine esiste. La classe dei relata è suddivisibile in tre sottoclassi: designata, denotata e significata. Un segno può designare un designatum o denotare un denotatum o significare un significatum. Da “Beitrag zur Terminlogie der Semiotik”, “Ulm”, 1961 di T. Maldonado).Ne consegue che ci sono figure retoriche sintattiche e figure semantiche. Una figura è sintattica quando opera attraverso la forma del segno; è semantica quando opera attraverso il relatum. Si confrontino i due segnali stradali “Dare precedenza” e “Riservato ai pedoni”; vediamo che i contorni, i colori e il segno appartengono alle dimensioni sintattiche, mentre i significati appartengono a quelle semantiche.

Se vagliamo e semplifichiamo le distinzioni ultra sottili della retorica classica (alcuni filologi hanno completato de cataloghi con centinaia di figure differenti), arrivano a concludere con la seguente classificazione:

La prima classe principale è composta dalle figure sintattiche, suddivise in tre sotto classi: 1a) figure traspositive. Si basano su un distacco dall’ordine normale delle parole. C’è un esempio dal testo per una sigaretta Gauloises (i seguenti campioni sono presi dalle pubblicità apparse in Germania begli ultim de anni): “Herrlich unkompliziert sind die Jungen – manchmal” (“Deliziosamente senza complicazioni sono i giovani – qualche volta”). L’ordine normale sarebbe: “Die ungen sind manchmal herrlich unkompliziert” (“I giovani sono qualche volta deliziosamente senza complicazioni”). Per dare a questa affermazione indubbiamente incontestabile un’incisività maggiore, la parola restrittiva “manchmal” (“qualche volta”) è evidenziata dall’enfasi, con il semplice stratagemma di cambiarle l’ordine attorno. Questa figura si chiama anastrofe.

1b Figure privative

Si basano sull’omissione delle parole. Ecco un esempio dalla pubblicità della stessa Casa: “Sind Sie Gauloises – Typ? (jung, unkompliziert, lebensfroh)” (“Sei il tipo Gauloises? – giovane, senza complicazioni, spensierato”). La ripetizione della parola “Sei…?”, che può essere sostituita dal contesto, qui non è stata operata. Questa figura si chiama ellissi o omissione.

1c Figure ripetitive

Si basano sulla ripetizione delle parole.

Un esempio dalla stessa fonte: “Das Wesentliche erkennen und lieben. Lieben über haupt – lieben, lieben, lieben” (“Per riconoscere e amare quello che essenziale. Proprio per amare, amare, amare”). In una sequenza di dieci parole, la parola “lieben” è ripetuta cinque volte, in parte in contatto diretto. Questa figura si chiama anadiplosi: una stessa parola è alla fine di una frase e all’inizio di quella seguente.

La seconda classe principale è composta di figure semantiche, anch’esse suddivise in tre sottoclassi:

2° Figure contrarie. Si basano sull’unione di relata opposti.

Un esempio dal testo pubblicitario per la Vodka Gorbatschow: “Sie aber müssen Gorbatschow trinken, um zu entscheiden, o ber nach mehr schmeckt (Weil Sie’ s ihm ja nicht ansehen9” (“Ma avete dovuto bere Gorbatschow per decidere se ha più aroma – perché non potevate dirlo solo guardandola”). “Più aroma” e “Non potevate dirlo solo guardandola” sono i termini paralleli ma opposti in questa antitesi.

2b Figure comparate

Si basano su similitudini o confronti tra i relata. Un esempio dal testo per le sigarette Brinkmann: “Unser neues Baby wiegt 1,187 Gramm” (“La nostra nuova piccola pesa 1,187 grammi”). La parola “Piccola” qui viene usata metaforicamente o in un senso figurato. è assunta per garantire o suggerire che tra le due sfere di riferimento, cioè, la famiglia come produttrice di bambini e la fabbrica come produttrice di sigarette, c’è una somiglianza di un tipo o di un altro.

2c Figure sostituive

Si basano sulla sostituzione di un relatum con un altro. Un altro esempio dal testo per la Vodka Gorbatschow:”Wir fragen uns: nach den wievielten Glas werden Sie sich entschieden haben” (“Ci domandiamo quanti bicchieri ci vorranno perché ti decida?”). In questo caso il contenuto, la vodka, è sostituito dal recipiente da cui si bevuto. Questa figura si dice metonimia.

Ognuna delle se sottoclassi contiene un numero di casi speciali. I più importanti saranno chiariti da pochi esempi e catalogati. Non sono state considerate le sottili distinzioni degli autori classici; per esempio, se una parola ripetuta alla fine o all’inizio di una frase o una sequenza diretta.

Catalogo delle figure retoriche verbali.

Figure sintattiche.

1 Apparizione (latino), epergesi (greco). La sequenza della frase è data dall’inserimento di un’appendice esplicativa.

2 Atomizzazione. Suddivisione di parti dipendenti di frasi in frasi indipendenti.

3 Interposizione (latino), parentesi (greco). Inserimento di una frase dipendente in un’altra frase.

4 Riversione (latino), anastrofe (greco). Distacco dalla parole normale o per scopi speciali o per enfasi.

Ib Figure privative.

1) omissione (latino), ellissi (greco). Risulta dall’omissione di parole normalmente richieste per formare una frase completa, che però possono essere sostituite dal contesto.

2) Isofonia (armonia). Si ha con la ripetizione di parole che hanno suoni simili o di una parte di una parola in una serie (per esempio, parole con la stessa finale).

3) Parallelismo. La sua caratteristica è data dallo stesso ritmo in parti di una frase o in una sequenza di frasi

4) Ripetizione (un termine polivalente per anafora, epifonema, anadiplosi).

B Figure semantiche.

IIa Figure contrarie

1) Antitesi. è il confronto in una frase di parti che hanno significati opposti.

2) Exadversus (latino), litote )greco). + l’affermazione di un fatto con una negazione duplice.

3) Conciliazione (latino),ossimoro(greco). Consiste nell’accoppiamento di relata contradditori, che si escludono mutuamente.

IIb Figure comparative.

1) Gradazione (latino), culmine (greco). Sono parole ordinate secondo una “vis” ascendente.

2) Superlativo (latino), iperbole (greco).è ò’esagerazione.

3) Metafora.Si attua con il trasferimento di una parola a un altro campo di applicazione, in modo tale che una somiglianza (non importa di che tipo) tra i due campi diventa l’espressione assunta e data.

4) Mistificazione (= affermazione inadeguata).

IIc Figure sostitutive.

1) Denominazione (latino), metonimia (greco). Sostituzione di u segno con un altro, con i relata di entrambi in una relazione reale.

2) Sineddoche (greco); è un caso particolare di metonimia: sostituzione di un segno con un altro, con entrambi i relata in una relazione quantitativa.

C Figure pragmatiche.

1) Dialogo fittizio (latino:percontatio). L’emittente si domanda e si risponde da solo.

2) Linguaggio diretto.

3) Conversione di un’obiezione di significato negativo in un argomento a proprio favore.

4) Ateismo. Consiste nelle risposte irrilevanti date a una domanda o a un argomento.

Con l’aiuto di queste definizioni dell’arte della retorica le frasi pubblicitarie possono essere analizzate e descritte nei termini delle loro caratteristiche retoriche. In questo modo la sua struttura persuasiva può essere messa a nudo. consuetudine dei filosofi del linguaggio contrastare la persuasione con l’informazione,formando opinioni con la documentazione e le istruzioni e il linguaggio quotidiano con i linguaggio scientifico. Agli occhi dei rappresentanti ortodossi di un linguaggio scientifico, purificato e non ambiguo, la retorica è un vero e proprio manuale di trucchi verbali che non è degno del vero scienziato. La flessibilità del linguaggio, come abbiamo visto, per esempio, nella metafora (passaggio da un universo del discorso ad u altro), si basa su un difetto grammaticale, una qualità negativa che merita la censura, a cui nessuno scienziato vorrebbe mai ricorrere. Si mette alla berlina la retorica come un male da evitare, una sorta di ambiguità, un insieme di fraintendimenti, di fangosità (sdolcinature) e di dichiarazioni false. Un purista del linguaggio non intitolerebbe un libro “Ornamento e delitto” ma “Retorica e delitto”. Secondo questa scuola di pensiero la retorica è esplicitamente ornamento, i fronzoli con cui si abbandona l’informazione pura. In risposta i campioni della retorica argomentano che l’ambiguità sistematica del linguaggio scorre inevitabilmente dal genio del linguaggio e forma una parte indispensabile dei mezzi di comunicazione dell’uomo (Richards A., “The Philosophie of Rhetoric”, p. 40, New York, 1950). Fu nel diciottesimo secolo che si fecero avanti per la prima volta i modi di considerare le figure del linguaggio come pura decorazione, come una bellezza casuale e che ciò che conta è semplice; è informazione disidratata ce i ricevente paziente e tollerante può assorbire senza l’uso delle figure retoriche (op.cit., p.100).

Nel rifiuto delle questioni teoriche ci può essere o può non esserci comunicazione senza retorica; gli argomenti sembrano favorire la seconda alternativa. Le affermazioni informative sono interrelate con la retorica a un grado maggiore o minore. L’informazione senza la retorica è un’illusione che ci conclude nel crollo della comunicazione e nel silenzio totale.

Per il progettista l’informazione “pura” esiste solo nell’arida astrazione. Il più presto possibile comincia a darle forma concreta, a portarla all’interno del campo dell’esperienza; inizia il processo dell’infiltrazione teorica. Sembrerebbe che molti progettisti – ciecamente impegnati a tentare di impartire l’informazione oggettiva (di qualsiasi tipo possa essere) – non si debbano trovare di fronte a questa situazione e basta. Non possono riconciliarsi con l’idea che la pubblicità è informazione che punta a un recipiente e che  il suo contenuto informativo è spesso di importanza sussidiaria o del tutto nulla. è difficile non provare una moderata simpatia per questo modo di vedere, per quanto possa essere sbagliato, perché è l’espressione di una certa insoddisfazione per il ruolo ricoperto nella nostra società competitiva, dove le abilità del progettista sono spesso sprecate nella rappresentazione delle qualità immaginarie dei beni e dei servizi. E questa rappresentazione spesso stride con la magniloquenza e la glorificazione, che sono il più delle volte in contrasto flagrante con la trivialità chiassosa e la banalità del prodotto offerto. Il prodotto superlativo e giubilante da mettere in ordine è l’inganno. è tanto più frode che, in quanto informazione pubblicitaria “oggettiva”, si vergogna del suo ruolo promozionale e cerca d nasconderlo.

Come esempi di informazione esente da qualsiasi contaminazione retorica possiamo prendere l’orario ferroviario o una tavola di logaritmi. Dato per scontato che sono casi estremi, sono molto lontani dal rappresentare un modello ideale. Fortunatamente la comunicazione non è legata esclusivamente alla lettura di elenchi di indirizzi. Morirebbe di pura inanizione, se questi dovessero essere i suoi modelli. Una volta che si è stabilito che risono vari gradi di infiltrazione retorica, sorge poi la questione di come questi gradi differenti possano essere fissati in termini di quantità. Sono all’ordine del giorno la misurazione e i dati numerici. Sono sventolati come fiere conquiste della scienza. A dispetto di una certa diffidenza nei confronti di quel feticismo dei numeri, che accetterà una nuova conoscenza alla sola condizione che sia in termini numerici, possiamo tracciare u modo per determinare il contenuto retorico di un testo. Nelle misurazioni ci si deve attenere alla constatazione. E ciò che è constatabile in un testo è il numero delle figure retoriche di vario tipo che contiene. La ratio delle figure retoriche per le frasi normali in un testo pubblicitario è un indice della sua persuasività. Se in un testo appaiono dieci figure retoriche e cinque frasi normali, si può dire di avere il grado di persuasione 2. Ma attualmente nessuno dice che cosa sia la persuasività. Non è ancora definita. L’unica certezza è data dagli elementi necessari per misurare ciò che è definito persuasività.

Dividere le figure retoriche nelle loro varie classi può essere utile anche nelle caratterizzazioni di un testo. Così si ha il profilo retorico di un testo; per esempio, la ratio fra figure sintattiche o semantiche o pragmatiche. L’esempio citato  mostra i valori seguenti:

Persuasività: 10 (20 figure retoriche per 2 frasi normali),

15 figure sintattiche

2 figure semantiche

3 figure pragmatiche

profilo retorico del testo: 100/13/19 (15 sintattiche/2 semantiche/3 pragmatiche).

La retorica verbale prepara il terreno alla retorica visiva. Come abbiamo detto prima, la retorica classica è stata confinata al linguaggio. Ma la maggior parte dei manifesti, degli annunci, de mezzi cinematografici e televisivi, contiene fianco a fianco segni linguistici e non linguistici. E questi segni non sono indipendenti ma interagiscono strettamente. Così ha senso interrogarsi sulle combinazioni tipiche figura – parola, relazioni tipiche di segno e figure retoriche visivo/verbali.

La retorica visiva è ancora un territorio inesplorato. In quello che segue faremo un tentativo per esplorare questo nuovo territorio. La nostra discussione si basa principalmente sull’interpretazione di una serie di annunci fatti durante un corso sulla retorica visiva al Dipartimento di Comunicazione visiva della HfG di Ulm durante il primo trimestre dell’anno accademico 1964/65. Assunti come riferimenti i risultati ottenuti per mezzo della retorica verbale, abbiamo esaminato a fondo le figure che avevano un riferimento esclusivo all’interazione di immagine e parola. Per designare i concetti di questa nuova retorica, venivano usati i termini della retorica verbale. Qualora fosse stato necessario, si introducevano i nuovi concetti. In questo approccio le figure visivo/verbali venivano semplicemente annotate. Rimangono ancora da fare la classificazione e la sistematizzazione.

Per definire una figura visivo/verbale non è più sufficiente applicare il criterio del “Distacco dall’uso normale”,come nelle figure verbali, perché nessuno può vedere quali siano le relazioni tra i segni visivi e verbali che stabiliscono lo standard da cui si può partire. Per questa ragione, se vogliamo pensare a una definizione, probabilmente faremo meglio a ripiegare sulle possibili interazioni già inerenti nei segni. Così una figura retorica visivo/verbale è una combinazione di due tipi di segno,la cui efficacia nella comunicazione dipende dalla tensione tra le loro caratteristiche semantiche. Non si tratta più di addizionare semplicemente i segni; interagiscono e il loro oggetto finale è una somma.

Catalogo delle figure retoriche visivo/verbali.

Confronto visivo/verbale.

Un confronto che inizia con segni verbali è continuato con segni visivi.

Annuncio: Young + Rubicam.

Figura: Confronto visivo verbale.

Le “Idee taglienti”, espresse verbalmente, sono rappresentate dalla matita appuntita. L’uniformità degli annunci da cui emerge un annuncio effettivo è illustrato dal mucchio uniforme delle altre matite; senza punta (= inefficaci).

X pagina 32 a

Figura: Confronto visivo/verbale.

Annuncio: Remington Rand “Noiseless” (“Silenzioso”).

“This is how the Remington Noiseless sounds” (“Così suona la Remington silenziosa”).

Al confronto verbale che inizia “Così suona…”, deve essere aggiunto “…come mostrato nell’illustrazione”. Il confronto è fra l’assenza della macchina per scrivere e il suo basso rumore quando è in funzione.

Analogia visivo/verbale.

Un relatum espresso verbalmente è messo in parallelo con un relatum simile mostrato visivamente.

X pagina 32 b

Annuncio: Esso.

                                                  X pagina 33 a.jpg

“Rifornitevi ovunque”

Figura: analogia visivo/verbale. Il rifornimento delle auto è illustrato da un processo analogo, cioè il colibrì nell’atto di nutrirsi.

Metonimia visivo/verbale.

Un relatum indicato da segni verbali è visualizzato per mezzo di segni che sono in relazione reale con il relatum verbale; per esempio, la causa invece dell’effetto, l’utensile invece dell’attività, il produttore invece del prodotto.

X pagina 33 b

Annuncio: Esso.

“Siate precisi”

Figura: Metonimia visivo/verbale.

L’imperativo di un’azione espressa verbalmente è visualizzato da uno strumento (il micrometro), con cui questa attività è eseguita.

catena visivo/verbale.

Un soggetto iniziato a parole è continuato e completato visivamente.

X pagina 33 c

Annuncio: Rivista Time.

“Dove c’è fumo”-

Figura: Catena Visivo/verbale. La frase “Dove c’è fumo…” è completata dai mezzi visivi (illustrazione di una ciminiera = “…c’è anche l’industria”).Nello stesso tempo c’è anche una sostituzione  visiva:la rivista Time sta sineddocamente (la parte per il tutto) per “industria”.

Negazione visivo/verbale.

I segni verbali negano quello che è mostrato visivamente.

X pagina 34 a

Annuncio: Kardex.

“Non facciamo questo”. L’illustrazione annullata dall’affermazione verbale.

Sineddoche visiva.

Un relatum espresso verbalmente è visualizzato da una parte che rappresenta il tuto e viceversa.

X pagina 34 b

Annuncio: Kardex.

“Trovate Kardex anche nei posti più strani”.

Il bambino (segno visivo) è una parte che sta per l’intero “Centro di assistenza per l’infanzia”. Qui c’è anche una specificazione visiva: il relatum  espresso verbalmente “posto strano” è specificato dal bambino.

Specificazione verbale.

Un segno visivo è accompagnato da tanto testo quanto è necessario per la sua comprensione (abitualmente dal nome del produttore).Il segno visivo è specificato dal segno verbale.

X pagina 34 c

Annuncio: Elizabeth Stewart.

“Costumi Elizabeth Stewart.

Figura: Specificazione verbale.

Sostituzione visiva.

Un segno visivo è rimpiazzato da un altro, a causa delle caratteristiche sintattiche (formali).

X pagina 35 a

Annuncio: Univac.

“Geizkragen” (= “Spilorcio”).

La parola metaforica “Geizkragen” è illustrata da un  biglietto forato e curvato come un colletto.

L’agire sintattico e il non agire (una figura puramente visiva in una serie di illustrazioni). In una serie di figure che illustrano un soggetto diventa più dettagliata o più generalizzata, a seconda  del processo della sequenza.

X pagina 35 b

Annuncio: General Electric.

“Come avere sempre dei cubetti di ghiaccio senza mai riempire un contenitore”.

Figura: Azione sintattica e non – azione.

La serie di figure è costituita in modo da formare quello che è virtualmente una simmetria specchiata. La figura 1 corrisponde alla 8,la figura 3 alla figura 7. La figura 5 contiene l’asse dell’operazione a specchio. A questo punto le figure diminuiscono a un minimo (dettaglio) e poi aumentano ancora a una vista generale.

Parallelismo visivo/verbale.

I segni visivi e verbali rappresentano lo stesso relatum.

 

Annuncio: Dow.

“Facciamo imballaggi di plastica…”.

Figura: Parallelismo visivo/verbale, specificazione visiva.

L’affermazione verbale “Facciamo imballaggi di plastica…” è specificata dall’illustrazione di una bottiglia; l’affermazione “Facciamo imballaggi a tonnellate…” (°) è accentuata dall’illustrazione parallela di un bidone.

(°) “tonnenweise” (“a tonnellate”); “tonne” (“bidone”).

 

Figura: Parallelismo visivo/verbale.

X pagina 36 a

Annuncio:VW.

“Non rimanete mai senz’aria”.

L’abbondanza dell’aria suggerita verbalmente è visualizzata da un’area inserita di grigio brillante.

Figura: Parallelismo visivo/verbale.

X pagina 36 b

Annuncio: Radio Wor.

“radio Wor di notte? – non riesco a vederla – ascoltala”.

La notte, riferita verbalmente, (= causa dell’incapacità di vedere) è visualizzata nell’annuncio pubblicitario da un’area di nero. Il contrasto tra vedere e sentire è messo visivamente in analogia

da un confronto di aree nere e bianche.

Figura: Parallelismo visivo/verbale.

X pagina 35 c

Annuncio: Remington 11.

“Può scrivere fino in fondo a un piccolo biglietto”.

Le capacità della macchina da scrivere, suggerite verbalmente, sono mostrate visivamente.

Mediazione associativa.

Un segno verbale è evidenziato al di fuori di una serie. Sono illustrate le dee che balzano fuori da questo relatum (contesto associativo); viceversa, l’illustrazione guida a un altro relatum di segni verbali.

X pagina 37 a

Annuncio: Vodka Smirnoff.

“è il più eccitante cambio di moda nella storia dei liquori”.

Figura: Mediazione associativa.

Il cambio di moda in cui è compresa la Vodka Smirnoff è illustrato dagli attributi della moda – mannequin, rotoli di stoffe, una ragazza molto bella.E questa attribuzioni portano la mente alla Vodka.

Figura_ Mediazione associativa.

X pagina 37 b

Annuncio: Vodka Smirnoff.

“Prendete una vacanza dai drinks di ogni giorno”.

L’elemento verbale “vacanza” è evidenziato dalla serie di parole e illustrato per mezzo di un oblò aperto, dal tramonto e da un mare calmo. In questo modo laVodka e le vacanze si uniscono.

Ri – metafora.

Si usa la tensione fra il relatum principale (significato originale) e quello secondario (figurativo) di una metafora, in modo che i segni visivi illustrino il relatum principale e i segni verbali quello secondario. La metafora è annullata visivamente.

X pagina 37 c

Annuncio: Vodka Smirnoff.

“La punta di un cacciavite è Smirnoff”.

Figura: Ri –metafora.

è mostrato visivamente il relatum principale della parola “Screw-driver”(“cacciavite”), in quanto nome di u cocktail.

Figura: Ri – metafora.

X pagina 38 a

Annuncio: Univac.

“La nostra logica ha dei buchi”.

Il relatum principale della metafora verbale (logica con buchi) è illustrato da una scheda erforata.

Figura: Ri – metafora.

X pagina 38 b

Annuncio:Rivista Time.

“Per maggiore flessibilità nel moderno marketing – 12 Times”.L’espressione verbale “Maggiore flessibilità” (uso metaforico) è presa alla lettera in termini visivi nell’illustrazione di una rivista piegata.

Figura: Ri – metafora.

X pagina 38 c

Annuncio: Elizabeth Arden.

“Puntata due dollari su un colore vincente. Il rosso Saratoga di Elizabeth Arden”.

Fusione visiva.

Usandole caratteristiche sintattiche, un segno visivo è congiunto ad altri segni per creare un segno superiore. L’idea è di raggiungere l’accoppiamento semantico attraverso l’accoppiamento sintattico.

X pagina 39 a

Annuncio: Saracinesche Baumann.

“Baumann –saracinesche in metallo leggero – robusto e duraturo”.

Figura: Fusione visiva.

Il relatum espresso verbalmente “saracinesche” è rappresentato visivamente e nello stesso tempo questo segno diventa parte del segno superiore “armatura”. La saracinesca (visuale) è ruvida e permanente (verbale) come l montaggio dell’armatura (visivo).

Mistificazione visivo/verbale.

Un’affermazione verbale intesa come affermazione inadeguata è visualizzata da un’immagine appropriata.

X pagina 39 b

Annuncio: Sigarette Bremen.

“è tutto quello che abbiamo da vendere”.

Figura:Mistificazione visivo/verbale.

L’affermazione inadeguata “Non vendiamo che fumo” è rappresentata dall’illustrazione del fumo. In questo caso si potrebbe parlare anche di parallelismo. Una figura simile, comunque, richiederebbe le parole “questo è fumo” , semplicemente, “fumo”.

Esagerazione visiva.

Un relatum è illustrato da segni visivi il cui contenuto significativo è allargato oltre i confini normali.

X pagina 39 c

Annuncio: Firestone.

“Sicurezza dalle punture”.

Figura: Esagerazione visiva.

Un pneumatico viaggia attraverso una foresta di chiodi per illustrare la sua invulnerabilità.

Tipogramma.

Il relatum dei segni verbali è illustrato dalla forma dei segni stessi.

 

Annuncio: calibri e strumenti di precisione”.

“Vuoto – pieno”.

Il significato delle parole è illustrato dalla configurazione tipografica.

Le figure retoriche visivo/verbali no sono usate solo nei testi  finalizzati alla persuasione (nonostante questa sia la loro applicazione principale) ma anche in altri, il cui fine non è di persuadere ma di informare; ad esempio, i segnali stradali. Nel segnale “Pista riservata ai ciclisti” si usa una sineddoche visiva: la bicicletta (parte), invece del tutto (il ciclista).

In quanto processo descrittivo analitico di tipo visivo/verbale, la retorica è micrologica nel suo significato. Riguarda le relazioni sintattiche e semantiche tra i segni visivi e verbali ma non con questi significati nel loro contesto sociale.

Qui comincia l’analisi del contenuto. Interpreta ciò che trascende le figure retoriche: il linguaggio figurato del terrore dell’imboscata della comunicazione persuasiva.

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“Scuola di architettura”, Dipartimento di costruzione, Terzo anno di studio, terzo trimestre 1964/65

Insegnante: Claude_Schnaidt(da “ulm – Zeitschrift der Hochschule für Gestaltung” 14/15/16 settembre 1965)

 

Consulenti per la costruzione: Masayumi Yokoyama, Jacques Lesquereux.

Durante lo sviluppo di questo progetto, gli studenti si sono consultati con questi specialisti: Urs Baumann, Zurigo; Jacques Henry, Zurigo; Tomás_Maldonado, Ulm; Hans Marti, Zurigo; Ernst_May, Amburgo.

X scuola p 72

In occasione dell’ultimo Congresso (Parigi, luglio 1965) l’UIA (Union Internazionale des Architects) ha organizzato un concorso rivolto agli studenti di architettura di tutto il mondo. Il Consorso riguardava il progetto di una scuola di architettura per 300-400 studenti. Il tema era stato scelto in accordo con il titolo del Congresso: “La didattica per gli studenti”. Il programma non prevedeva alcuna restrizione. Ai partecipanti veniva chiesta la possibilità di dimostrare nei loro progetti un nuovo concetto di didattica.

Il progetto degli studenti di Ulm si basava su quattro ipotesi riguardanti la didattica per gli studenti di architettura:

  1. architetti, urbanisti e designers hanno un compito comune: la progettazione dell’ambiente umano. C’è un bagaglio di conoscenze che devono apprendere. Quindi è giustificata la concezione di una scuola di architettura come parte componente di una Facoltà di progettazione ambientale. Questa Facoltà comprende inoltre una scuola di design e una scuola di urbanistica.

2 Per progettare in modo efficiente all’interno di una società industrializzata, gli architetti, gli urbanisti e i designers devono potere disporre di conoscenze e metodi scientifici. Inoltre, devono sviluppare la conoscenza e la consapevolezza delle implicazioni sociali del loro lavoro. In questo modo si arriverà a comprendere un’oggettivazione dell’insegnamento.

  1. Il carattere interdisciplinare della progettazione ambientale e l’orientamento scientifico della didattica che le compete richiedono dei legami più stretti con le varie discipline. Quindi la facoltà di progettazione ambientale dovrà essere fondata in prossimità di altre facoltà, quali, ad esempio, quelle di scienze naturali, di scienze sociali, di economia, di ingegneria etc.
  2. La più alta complessità dei compiti pretende dagli architetti nuove capacità – capacità che vanno sviluppate già durante il periodo di formazione. Ciò comporta una specializzazione nelle diverse funzioni cui ciascuno deve adempiere nel processo edilizio; per esempio: progettazione e costruzione degli edifici, management.

Partendo da queste ipotesi, si presentano diverse possibilità per l’organizzazione del programma di una scuola di architettura. Durante la prima fase del progetto ogni studente aveva lavorato a una delle possibilità. Di questa fase è stata stilata una relazione di circa trenta pagine. In seguito lo studente poteva organizzare i diversi ambienti secondo i bisogni formulati nel programma didattico.

Relazioni interdisciplinari della scuola di architettura.

Una scuola di architettura, una scuola di urbanistica e una scuola di design costituiscono le tre sezioni di una facoltà di progettazione ambientale. Hanno in comune i laboratori e probabilmente anche un’aula. La Facoltà di progettazione ambientale è all’interno del campus universitario.

Programma didattico per la scuola d architettura. Proposta di Paul Liner:

durata del corso: cinque anni e mezzo. Il piano di studi prevede progetti di design (esercizi applicati e non applicati, problemi di progettazione), lezioni e seminari. Parte delle lezioni è per tutti gli studenti di progettazione ambientale. Alcune lezioni sono riservate agli arcitetti. Gli studenti partecipano ai corsi tenuti nelle Facoltà vicine.

Formazione di base di primo livello del periodo di un anno e mezzo. caratterizzazione della didattica teorica e scientifica correlata a progetti di design non applicati.

Educazione di base del secondo livello della durata di un anno e mezzo. Progetti applicati di design, correlati alla formazione teorica e scientifica. Possibilità di continuare gli studi nella scuola d urbanistica dopo il terzo anno.

Specializzazione del periodo di due anni. Lavoro su progetti reali in vari Istituti (ricerca, progettazione architettonica, management). Didattica teorica in relazione ai progetti specifici.

Un periodo di sei mesi per la tesi (diploma). Lavoro pratico e teorico svolto nell’ambito della specializzazione.

Ulteriore formazione permanente. Lezioni, conferenze, seminari,collaborazione limitata agli Istituti.

 

X veicolo a tre ruote

Veicolo a tre ruote su telaio e motore Innocenti “Lambro 200”. Versioni per il trasporto merci; Studente:Kerstin Bartimae, Peter Kövari, Michael Penck.

 Veicolo a tre ruote per trasporto di persone o di merci, Dipartimento di Disegno Industriale, Secondo anno di studio, terzo trimestre 1964/65

Insegnante: Rodolfo Bonetto ”(da “ulm – Zeitschrift der Hochschule für Gestaltung” 14/15/16 settembre 1965)

 

Sono stati forniti lo chassis e il motore del “Lambro 200” della Innocenti. Un gruppo di studenti doveva sviluppare l’idea per un taxi, un altro gruppo doveva sviluppare un concetto per u veicolo per il trasporto di merci.

Progetto 1) Veicolo per trasporto merci

  1. a) confronto con gli altri modelli presenti sul mercato, in questo modello sono agevolate le operazioni di carico e scarico (portello più grande). Finestrini incernierati alle porte: migliore circolazione dell’aria;
  2. b) cabina più ampia: più spazio per l’aiuto conducente;
  3. c) maggiore spazio per le gambe;
  4. d) visibilità migliore grazie ai finestrini più grandi;
  5. e) il parafango anteriore è integrato alla cabine di guida (accesso facile in caso di riparazione del pneumatico;
  6. f) due luci frontali invece di una (migliore illuminazione della strada);
  7. g) due porte incernierate per le merci; quando sono aperte servono da protezione dal sole per i prodotti;
  8. h) le dimensioni del piano di carico sono progettate secondo il modulo delle cassette di frutta e verdura;
  9. i) suddivisione del piano di carico in quattro livelli;
  10. j) le casette possono essere esposte su un piano inclinato (migliore esposizione delle merci);
  11. k) capacità dello spaio per le merci: circa 40cassette;
  12. l) sono state rispettate le norme per quanto riguarda tutto il sistema di illuminazione;
  13. m) colori: cabina: verde oliva; pannello di copertura: alluminio opaco.

X veicolo a tre ruote 2 Possibilità di sistemazione dei posti a sedere sul mini taxi a tre ruote

X veicolo a tre ruote 3 Studi dei profili dei sedili

 

Progetto 2) piccolo taxi.

  1. a) collocazione dei sedili determinata da una ricerca dettagliata. Due vantaggi:na grande porta unica per tutto il veicolo, utilizzazione ottimale dello spazio,accesso comodo al bagagliaio;
  2. b) panca. Si sono combinati i vantaggi del profilo ruvido con quello liscio di ETH politene. Riduzione della profondità e dell’appoggio del sedile. Appoggio per le braccia a cm. 24 di altezza. due posizioni per il sedile del conducente: una per la guida e una per l’attesa. Il sedile ha la profondità massima al centro;
  3. c) sedile pieghevole di emergenza cm. 43. Imbottitura interna della carrozzeria;
  4. d) porta: scelta fra tre tipi: porta a soffietto come nelle vetture urbane e nelle carrozze suburbane; porta scorrevole (come nelle carrozze ferroviarie e nei piccoli veicoli da trasporto); porta a due battenti: produzione facile ed economica, facile fissaggio, dimensioni sufficienti dei finestrini: cm. 50/60. vantaggi: è impossibile guidare con la porta aperta, perché le due porte sono dipendenti l’una dall’altra. Vantaggio maggiore: il basso prezzo. Collocazione delle porte: solo sul lato destro del veicolo. Anche il conducente esce dal lato destro. Le porte si congiungono al tetto per ottenere un’altezza massima per la salita e la discesa;
  5. e) finestrini: tre finestrini scorrevoli al posto dei finestrini a manovella (economici, meccanicamente affidabili, buon fissaggio, non necessitano di spazio per i meccanismi di funzionamento);
  6. f) parafango: “naso” di lamiera connesso alla carrozzeria. vantaggio: facile sostituzione,produzione a basso prezzo;
  7. g) colore: carrozzeria arancio, cerniere nere senza cromatura; sedili ocra.

 

Otl_Aicher, “Pianificazione tutta alla rovescia?” (da “ulm – Zeitschrift der Hochschule für Gestaltung” 17/18, giugno 1966)

1

Lo stato d’animo ottimistico originariamente evocato dagli urbanisti è sfumato. All’inizio del ventesimo secolo la visione della nuova  era risultava con maggiore chiarezza negli schemi di pianificazione dei grandi architetti, piuttosto che nelle altre arti. Quella visione è svanita e non è più reale. La statura di Frank_Lloyd_Wright, di Le Corbusier , di Ludwig_Hilberseimer  e di Walter_Gropius, figure emblematiche nella storia della cultura, rende chiara la misura dello scollamento attuale fra l’idea e la realtà.

Lasciando da parte un piccolo numero di casi speciali, è quasi impossibile non arrivare alla facile conclusione che la città moderna è malata. Più malata che mai, prima d’ora. La densa concentrazione del commercio nel centro cittadino, l’intasamento del traffico, l’atmosfera senz’anima dei suburbi, la monotonia delle unità periferiche e l’interminabile abuso della crescita incontrollata, hanno privato la città della qualità urbana che ne aveva fatto lo strumento del nostro sviluppo culturale. Le classi medie facoltose e quelle superiori sono tutte raccolte nell’idillio di una casa privata fuori dei confini. Nel centro cittadino spadroneggiano i magazzini di articoli economici e i biliardini. L’industria si estende nella cintura verde. E i biologi e i dottori fanno sentire la loro voce contro il pericolo della pioggia radioattiva della civilizzazione. La nevrosi sociale generata nella vita urbanizzata provoca una crescita acuta dell’incidenza dei disagi della civilizzazione.

Sia il comportamento che ci impone, che l’ambiente che ci circonda, fanno della città un posto scomodo per viverci. Si fanno le stesse considerazioni se si parla di Tokyo, di Copenhagen o di Biberach. Quando arriva il momento di timbrare il cartellino, il traffico si stringe in una morsa. Orde in vacanza fuggono anche dalla città più piccola alla ricerca dell’antidoto alla loro civilizzazione urbana.

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Perché si è arrivati a questo punto? I politici hanno fallito nell’emanare le leggi necessarie? Non c’erano fondi disponibili? I privati hanno ignorato gli obblighi imposti dalla società nella loro fretta di costruire? L’inerzia culturale ha fatto in modo che le nuove idee non potessero ottenere un punto di appoggio? La democrazia è troppo lenta per produrre delle riforme?

Si possono esaminare tutte queste questioni e lo si è fatto molte volte. Possiamo considerare un altro punto che raramente è emerso i questo contesto. Certamente è importante ottenere delle risposte alle domande poste prima. Ma è ancora più importante chiedere se il fallimento non vada ricercato nella pianificazione stessa.

La vera domanda da porsi è se i nostri metodi di progettazione, le procedure, i modelli e la teoria non siano responsabili del problema attuale e, se così, in quale misura. è inconcepibile pensare che il modo in cui è progettata la città di questo secolo sia una delle ragioni per cui non esiste più una città. Sono stati gli schemi di pianificazione che hanno sbarrato la strada alla loro stessa realizzazione?

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Urbanistica. La restrizione implicata nella definizione è in se stessa sospetta. è realmente la città, la città ideale, che sta al centro del problema?

Le città, che una volta erano lontane trenta chilometri tra loro, adesso emergono dalle conurbazioni. Oggi la città in mezzo alla campagna rappresenta l’eccezione. Il più delle volte accade che la civilizzazione urbana sia una connessione di parecchie città che si sono agglomerate. Va notato che queste regioni composte di più città stanno crescendo di formato e si espandono in continuazione nell’area circostante. Filadelfia, Colonia, Amsterdam, Stoccarda sono diventate dei unti focali nelle regioni urbanizzate in rapida espansione, che ingoiano città più esterne.

Anche la singola città, come è concepita nella teoria convenzionale, non è più un’entità che può essere pianificata isolatamente. La zona di comunicazione ora è arrivata a collocarsi a un’ora di viaggio oltre i confini della città, nell’aperta campagna. Le possibilità di ricreazione vengono spostate al di fuori della città. Ed è precisamente questa cultura sub – urbana, questa zona di urbanizzazione a grande estensione, quella che ha bisogno di una pianificazione. La parte e l’apprezzamento della città moderna sono le zone suburbane in espansione, da cui la città trae a se ciò che le serve per le sue attività, le zone in cui stanno gli individui e le ditte che possono evitare di stabilirsi nella città, le zone in cui vengono esaudite le loro esigenze e la zona in cui si possono commerciare i prodotti. Oggi la pianificazione può essere possibile solo a scala regionale. Il futuro delle città viene deciso al di fuori dei suoi confini.

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Chiunque pensi nei soli termini urbanistici può facilmente cadere nell’errore di idealizzare la città. Insiste nel pensare la città come quell’entità storica che era stata la riserva dell’élite, quando il rimanente 90% della popolazione viveva nella campagna. Continua ostinatamente a pensare ai contenuti imposti dalle istituzioni di questa élite, come la chiesa, il municipio e il castello. La pianificazione della città diventa l’architettura della città – la progettazione degli spazi, delle piazze, dei monumenti, degli assi e delle facciate. Questa tradizione è indubbiamente morta. Ha solo modificato il suo stile. Comunque qui l’interesse si fossilizza non sui cambiamenti della scena urbanistica ma sulla fondamentale questione teorica di come viene concepita una città e che cosa significhi la sua pianificazione. Visto da questo punto di vista, Le Corbusier resta il principale esempio della prassi della pianificazione della città. D’importanza predominante per lui è il capitolo: la piazza del popolo, il centro del governo, la tribuna dell’oratore, il museo dello Stato, il monumento della volontà unita. Non lo riguarda neppure il fatto che oggi dalla voce del popolo non vanga assunta alcuna decisione politica e che sono le associazioni sindacali e politiche, gli esperti  e i computers, a dominare oggi la scena politica. Il palazzo e le tribune dell’operatore sono elementi di quella prestigiosa estetica che erano e sono il segno distintivo di tutti i sistemi feudali.

Niemeyer e Da Costa, i costruttori di Brasilia, hanno espressamente escluso l’industria dalla città. Avrebbe rovinato la sua fisionomia. Una città che serve a fini di prestigio non è congruente coin l’elemento che ha rivoluzionato la città. Niemeyer, un marxista, si è trovato travolto dalla responsabilità di costruire un monumento nazionale, al  punto che, preoccupato per la costruzione di una cattedrale nazionale nel mezzo del centro del Governo, ha dimenticato che il lavoro salariato e la produzione industriale sono diventati i fattori reali nella struttura, nel formato e nell’aspetto delle nostre città.

In India,dove dopo ventenni di indipendenza, nelle città si è reso necessario il razionamento del cibo. La costruzione del campidoglio di Chandigarh, progettato da Le Corbusier, è stata lasciata a metà. è come se esistesse una  connessione diretta fra l’edificio incompiuto e l’industrializzazione senza successo. Le Corbusier e i suoi allievi non hanno mai compreso l’importanza che l’industria gioca nelle città. Non si sono mossi dalla tradizione di Vitruvio, di Michelangelo e di Palladio.

Certamente, tutti i grandi architetti che hanno progettato le nuove città negli anni venti hanno attraversato la loro fase “socialista”. Hanno progettato abitazioni per lavoratori, blocchi di appartamenti, case private, scuole, fabbriche, impianti sportivi e grandi strade di comunicazione. Ma, all’interno del loro lavoro, è stata grande la propensione verso il lavoro artistico. I loro edifici erano indubbiamente differenti da quelli di Stalin e di Hitler. In entrambi i casi gli architetti rimanevano all’interno dei limiti dell’estetica di prestigio, all’interno dei limiti della città convenzionale. Oggi è arrivata a confondersi anche la contraddizione formale fra il classicismo e il cubismo. Il Lincoln Centre di New York, il Campidoglio dei newyorkesi, si presenta come la sintesi, lungamente ricercata, fra lo stile della torta nuziale e l’architettura a blocchi. Né, per quanto grande possa rimanere la differenza formale, i motivi e gli atteggiamenti fondamentali sono consimili. La città è architettura elevata a una potenza più alta e teatralizzata, è un monumento estetico. Non crea assolutamente alcun problema che l’ordine e il disordine, il fascino estetico e la deformità siano i fattori determinanti o no per la tollerabilità della civilizzazione odierna. è del tutto legittimo darsi da fare per cercare un profilo orizzontale o verticale ma quando nel dibattito generale negli Stati Uniti, alla domanda: “Le nostre città sono malate; come si possono curare?”, si risponde con la creazione di una nuova piazza o con l’ulteriore glorificazione del centro cittadino o quando in Europa i modelli spaziali offerti come reazione alla crescita proliferante delle case unifamiliari nei suburbi, rinunciamo a tentare un’influenza reale sugli eventi, allora la modernità reazionaria può anche impedire in modo serio il recupero del benessere. Può gettare polvere negli occhi della gente. Era necessario affidare lo sviluppo delle nostre città agli arcitetti? – chi altri c’era? Nel periodo barocco la pianificazione della città poteva ancora essere accettata come categoria estetica primaria. Non c’era nessuno sulla strada del potere del sovrano. Quando venne l’industrializzazione, la collocazione delle fabbriche rappresentò qualche cosa che stava al di fuori del controllo dell’autorità politica. Il potere industriale fu presto abbastanza forte per decidere il formato, la collocazione e la forma dei piani industriali e determinare in questo modo l’indirizzo dello sviluppo della città. Sotto l’influenza di questa nuova autorità anche la costruzione di case fu progressivamente determinata più dalla domanda che dai propositi. La città in quanto idea venne rimpiazzata dalla città in quanto processo, in quanto sviluppo. La città del diciannovesimo secolo non poteva più prendere forma da un’idea ma sottomettersi a un processo di crescita. A questo punto si rese necessaria la pianificazione. Ma gli architetti non erano pronti. Forse nemmeno adatti.

Non adatti? La risposta più evidente ci viene dalla loro teoria estetica. La loro preoccupazione dominante rimane oggi la configurazione ola forma. Anche quando esistono parecchi elementi, questi devono essere messi insieme secondo i principi compositivi, in modo da creare una configurazione totale. La qualità estetica di una sinfonia, di un pannello dipinto o di una città, sono per lo più determinati dalla configurazione totale, quell’unità che separa l’interno dall’esterno e conferisce una limpida entità attraverso i contenuti del suo insieme. è ovvio che questa dottrina estetica derivava da un mondo i cui esistevano le creature viventi, oggetti inanimati e qualche altra piccola cosa. Ed facile comprenderli tutti nei termini della configurazione. Ma quest’idea di configurazione è ancora applicabile, quando vogliamo determinare le strutture, i campi di forza, i processi, i comportamenti, le relazioni, gli indirizzi, la crescita, gli impulsi,gli incentivi, le relazioni e le forze? Forse potrebbe servire meglio al nostro scopo una teoria dinamica, piuttosto che la tradizionale configurazione statica. Ma non vediamo niente che assomigli a una configurazione dinamica. Se è dinamica, è nuova in ogni momento, cambia da un istante all’altro. Ed è proprio a questo che assomiglia una città moderna. Non può più essere progettata nei termini di una configurazione definitiva. Tutto quello che attualmente si può fare è di guidarla. Non ha ancora un fine. Nessuno sa quando e dove la nostra civilizzazione urbanizzata fermerà il suo processo di crescita. Il nostro sguardo non arriva così lontano. E c’è ancora un’intera scuola di urbanistica che considera la configurazione – la forma – di una città almeno come il principio dominante della propria progettazione, se non il solo. La configurazione fa della città una città reale, una città specifica, una città attrattiva. Fra i pianificatori questa scuola è composta principalmente dagli “architetti”. Per loro la città è la rivelazione che un’epoca o una società fanno di se stesse.

Nei paesi industriali è profondamente radicato un tipo di edilizia che non è stato progettato dagli architetti. è un’esigenza della norma. E oggi la maggior parte degli architetti è stata educata ai principi della nuova architettura. Nonostante ciò, la città di oggi è un focus di disordine, di bruttezza, di scoordinamento e di massificazione. Questi architetti sono isolati,come gli urbanisti che sono stati partoriti nelle loro fila. Nella pratica tutte le buone intenzioni sono frustrate dall’andamento delle cose, ancora prima che possano diventare realtà. Una volta che viene definito un problema, ne sorge un altro; ancora prima che si possa comprendere il primo. C’è, oggi, qualcuno che sappia effettivamente come si deve affrontare il problema del traffico? Si dovrebbe incoraggiare il trasporto pubblico o quello privato? Come si dovrebbe o vorrebbe andare a fare compere? L’industria dovrebbe essere integrata nella città o esclusa? Quale è la loro localizzazione migliore? C’è un luogo deputato per i centri della comunità? Vanno separati il traffico pedonale e quello veicolare? Qualcuno sa a quale ritmo crescerà la città o in quale direzione? Oggi è proprio la non pianificazione a non essere fuori moda.

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L’avanguardia degli architetti moderni sta tornando ancora una volta agli schemi utopistici. Si stanno progettando le città dello spazio. Città in mezzo al mare, in mezzo alle montagne, più nell’aria che sulla terra. Molto al di sopra della terra, sistemi di ponti congiungono strutture residenziali a torre, uffici statali e negozi. Le automobili possono correre alla massima velocità lungo sistemi di attraversamento a tunnel. Le aperture alari di queste  strade aviotrasportate si basano sulle dimensioni del Golden Gate. Ce ne sono a centinaia. Ognuna dimostra senza possibilità di errore il fallimento di tali schemi utopistici. Le Corbusier voleva abbattere l’intero centro di Parigi. Solo i meccanismi della dialettica spiegano come mai in questa città non abbia costruito pressoché nulla. L’intera città ne paga le spese con l’inefficienza totale. Gli schemi che Le Corbusier voleva analizzare a livello di piante, ora si cercano nelle tre dimensioni, in strutture spaziali di cemento e acciaio. Kenzo_Tange riempie la baia di Tokyo di edifici; Yona Friedmann getta una struttura spaziale abitabile su Parigi e, con Schulze – Fielitz, copre la Manica di edifici. La scienza maschera l’impotenza.

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La progettazione delle città ha le sue radici nell’economia pianificata. Ciò che è pianificato è buono. Questo dogma ha sempre fornito alla pianificazione delle città le sue credenziali. E se non si attuano i piani, ciò che si critica è l’imperfezione della società. è ancora troppo immatura per le nostre idee. Insiste nel coltivare l’interesse privato.

Questa linea di ragionamento semplice e attraente non vuole essere contraddetta con considerazioni più vicine alla realtà. A differenza dello sviluppo della teoria economica, in campo edile non esiste alcuna teoria della pianificazione in cui si possa  immaginare un confronto con la dialettica degli incentivi individuali. Anche gli economisti non discutono più la necessità della pianificazione. I due campi di un’economia a mercato libero e di un’economa controllata dallo Stato vengono considerati come assolutamente antagonisti. Solo ora è stata resa possibile una teoria della pianificazione. Oggi è stata elaborata all’interno di un sistema unificato e altamente selettivo, per dirigere la somma degli incentivi individuali verso obiettivi comuni. Oggi in Russia viene fatta una distinzione netta fra l’indicazione e il controllo. Siamo in debito nei confronti dei pianificatori francesi per la distinzione fra la pianificazione indicativa e quella imperativa. In Germania la discussione si è arenata sul problema di come debba e possa definirsi la panificazione diffusa, nei suoi termini a breve a lunga scadenza. Vengono fatte delle distinzioni fra la pianificazione in prospettiva e la pianificazione abbozzata, tra la previsione e la programmazione. Nello stesso tempo il lavoro continua a interessarsi della coordinazione come di un problema di legge pubblica. La pianificazione appartiene al ramo governativo esecutivo o a quello legislativo? O il suo è u quarto stato? Per quanto differenti possano essere le culture politiche di un Etienne Hirsch, di un Pierre Massé, di un Müller – Armaci e di un J. C. Libermann e comunque differenti i prototipi ideali che essi possono prendere come punto di partenza, nella pratica, le loro intenzioni non sono del tutto divergenti. La differenza tra l’Est e l’Ovest ha cessato da tempo di consistere nel fatto che uno pianifica e l’altro no; né che la nostra è una libera impresa e la loro un’impresa di Stato. Chi progetta in un’economia a mercato libero che serve gli interessi della comunità certamente si assesta su un fronte opposto a quello della pianificazione a lungo termine. Ma la sua messa in crisi viene dopo i successi raggiunti dalla pianificazione a breve termine. Gli argomenti di ieri,basati su una questione quasi religiosa, sono stati rimpiazzati da considerazioni pragmatiche che a loro volta portavano a compromessi teorici. Confrontate con le idee dei cibernetici estremi, che si interessano di ogni campo politico e vogliono girare attorno all’economia pianificata, conferendo tutto il potere al computer, queste considerazioni sono state giudicate abbastanza simili. Essi sperano che, una volta fatte tutte le statistiche rilevanti al computer, la loro interpretazione produca delle direttive chiare e che la devozione delle idee creative delle direttive ridimostreranno quindi super erogatorii.

Oggi gli economisti si dimostrano molto preparati, quando assicurano lo sviluppo razionale riconciliando gli incentivi soggettivi all’azione e agli obiettivi comuni, in modo da riuscire a massimizzare l’attività. Al momento attuale il problema della pianificazione è particolarmente fruttifero per chi fa teoria. Quando la pianificazione si ispirava ancora alla gerarchia militare, i problemi stavano più nell’attrezzatura che nel processo di pianificazione stesso.

Non c’è alcuna teoria pianificatoria in materia di edilizia. Ciò che è pianificato è sempre buono, in quanto si sviluppa sul piano del vantaggio privato. La pianificazione delle città era stata conformata secondo l’assunto che ogni sviluppo era diretto dalle autorità pubbliche. Al momento attuale la parte delle autorità pubbliche per quanto riguarda la responsabilità amministrativa e il loro contributo materiale e finanziario, ha rapidamente raggiunto un altro livello. Il settore privato può produrre lavatrici, bevande alcoliche, automobili e indumenti femminili. La tecnologia nucleare, i programmi spaziali, la ricerca, le strade e le scuole sono direttamente o indirettamente nelle mani dello Stato. Negli Stati Uniti la parte competente allo Stato nel prodotto sociale è aumentata dal 20% di prima della guerra di Corea ad almeno il 50% di oggi. Uno sviluppo delle abitazioni colpisce sempre l’attenzione, in quanto somma delle singole unità di abitazione che lo compongono. Ma se si considerano i costi dello sviluppo dei sevizi sociali, ci si accorgerà ce la metà delle spese è stata pagata dalle autorità pubbliche. Si corre così il rischio che si trascuri ingiustamente la parte avuta dal settore privato. Il fatto è che sono i singoli cittadini e le istituzioni private a costruire abitazioni, fabbriche, cinema, ristoranti,magazzini o stazioni di servizio, più o meno a loro discrezione. E anche se le strade, le scuole, le linee telefoniche,le zone verdi e le piste ciclabili sono costruite dalla autorità pubblica, una teoria della pianificazione che non include ma dà piena affermazione al settore privato, rimarrà senza una base propria. Le autorità pianificatrici e i costruttori privati vivono in una raffinata relazione di odio – amore. La procedura che va seguita ogni vola che si deve erigere un edificio è un gioco fra il gatto e il topo. Il confronto finisce in una strettoia. L’inadeguatezza dei metodi di pianificazione,così come sono definiti al moment attuale, nel loro modo di procedere dalla guida del piano allo sviluppo della costruzione in pochi passaggi, nega la possibilità di colmare il divario. Ne risulta che né l’una né l’altra parte sono soddisfatte.

Che cosa hanno intenzione di fare i pianificatori per rimediare a questo stato di cose?

1 L’autorità pianificatrice acquista tutta la terra per il progetto di un edificio;

2 L’autorità pianificatrice erige tutte le costruzioni;

3 Al completamento degli edifici, questi vengono venduti e diventano nuovamente proprietà privata.

Senza considerare il fatto che quasi tutti gli schemi di pianificazione che hanno fornito un modello convincente, si sono mossi su questa base o su basi simili (la moderna  Stoccolma non è un’eccezione). Una simile soluzione sarebbe il sentiero fiorito della pianificazione totale e di una società di pensionati. Inoltre, è come eliminare il conflitto tra chi pianifica e ci costruisce, ignorando il fatto che la teoria della pianificazione ha raggiunto uno standard che concepisce la pianificazione come mezzo per stimolare e non per inibire le attività degli individui. Dove, nel campo dell’edilizia, troviamo una teoria della pianificazione che abbia eliminato il controllo governativo della pianificazione?

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La pianificazione del settore pubblico può essere messa in moto direttamente con la realizzazione dei suoi progetti? Può auto prodursi?

Il passaggio dallo Stato assistenziale allo Stato promotore dei piani pubblici, dà nuova importanza alla pianificazione a livello della città, della regione e della nazione. La garanzia della sicurezza sociale ed economica per l’individuo e per la sua famiglia, che qualche volta fu considerata come la sola funzione cui lo Stato dovesse adempiere, è stata adesso ricondotta alla sua sostanza, in favore dei piani pubblici. Predominanti fra questi sono lo sviluppo delle aree meno favorite – senza ammucchiare le conurbazioni – la costruzione di strade, il tempo libero e la salute, assieme all’educazione, alla ricerca e allo sviluppo tecnico ed economico. Lo Stato diventa un imprenditore sociale. Deve elaborare programmi. Deve fare piani e iniziare misure appropriate per la loro realizzazione. Deve guidare. Se la pianificazione è interpretata i questi termini, si vedrà che le tendenze non desiderate possono emergere dalla natura era e propria del sistema. Chi decide le modalità della pianificazione tecnocratica può dare una forma a priori alle decisioni della legislatura, in modo tanto determinante da invalidarle. La manipolazione dei “migliori” è pur sempre manipolazione. Inevitabilmente la distribuzione dei poteri e delle funzioni si estende alla pianificazione, in modo da prevenire il fascismo della pianificazione, che va tenuta separata dalle branche legislative ed esecutive del Governo. Troviamo dei modelli plausibili nella Commissione EWG e nel Plan Büro olandese. Questo sviluppo aiuterà a rivelare la vera natura della pianificazione. La pianificazione uò fare delle proposte. Ma non può decidere, ancora meno realizzare. Non può più pretendere di avere l’ultima parola. I giorni della pianificazione totale sono finiti.  Questa presa di coscienza ci aiuta a fare una valutazione più accurata del conflitto in cui è compresa la pianificazione e può rivelare i motivi del suo attuale fallimento. Da una parte, le autorità pianificatrici erano troppo arbitrarie; dall’altra, avevano un’autorità troppo lmitata, perché non erano indipendenti, ristrette all’ambito esecutivo e legislativo. Troppo autoritarie, perché rappresentavano un potere politico, perché esse stesse prendevano decisioni e non di rado mettevano in atto le loro  indicazioni. è con il poco vigore che la pianificazione soddisfa il primo requisito per la sua effettuabilità. La politicizzazione nello spirito dell’albera informazione scientifica può solo fare aumentare la sua credibilità.

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La moderna area urbanizzata è il risultato della rivoluzione industriale iniziata in Inghilterra nella seconda metà del diciottesimo secolo o, più specificatamente, è il risultato di un’economia libera basata sulla divisione del lavoro con la specializzazione e la concentrazione di massa con tutte le sue conseguenze. Difficilmente accade che degli architetti sappiano come affrontare questi argomenti. Per loro il traffico è fatto di pedoni, di automobili e di autostrade. Come ingegneri del traffico, pensano ai problemi della circolazione in termini di flussi quantitativi. Quando ci sono troppe macchine le strade sono troppo strette. Difficilmente gli architetti riescono a considerare il trasporto come la struttura su cui si costruisce l’economia e che determina sia il dispiegamento della produzione, che la localizzazione degli insediamenti. Possono accorgersi che le strade giovano all’infrastruttura o, in termini generali, rendono possibile qualsiasi comunicazione. Ma difficilmente riusciranno a comprendere come siano le strade a determinare attivamente la distribuzione o la densità della civilizzazione; si limitano a lasciare a un concetto di questo tipo il fondamento della loro pianificazione. Per Le Corbusier il traffico era la vera essenza della metropoli. Altri urbanisti si dimostrarono avversi al traffico e vollero sviluppare la città nel verde, libera dalla auto: la città dei pedoni. Il traffico era un semplice fenomeno urbano e non la ragione principale per l’affermazione totale dell’urbanizzazione. Questo è un esempio che serve a dimostrare che una pianificazione spaziale si deve basare sulla pianificazione dello sviluppo. Chi dirige lo sviluppo può essere messo in grado di stare al di sopra di chi governa l’urbanistica. Valuterà la città nei termini non delle sue apparenze ma nei termini degli impulsi che indicano il suo sviluppo o, più specificatamente, nei termini delle forze dominanti delle associazioni o dell’industria, della geografia, della demografia, della sociologia,della cultura e del processo di civilizzazione. Né può concepire questi impulsi come entità astratte, come è nel caso privilegiato dell’economista, che può afferrare teoricamente la crescita dell’economia con mezzi statistici e accompagnare le sue argomentazioni con illustrazioni, tavole e grafici. Nella teoria dello sviluppo la posizione nello spazio ha uguale importanza. Ciò che in economia può essere afferrato in qualche modo aritmeticamente, è concepito geometricamente nella teoria dello sviluppo; o dovrebbe esserlo. La teoria dello sviluppo vive ancora la sua età infantile, soprattutto per quanto riguarda la relazione fra la crescita e la posizione spaziale, fra la crescita e il luogo. I creatori della teoria dello sviluppo,come Rostow, Myrdal, Fourastier, Timbergen e Baade, per primi hanno focalizzato la loro attenzione sui fattori causali che operano nel tempo, non su quelli che operano nello spazio. è stato questo il motivo per cui certe zone sono più sviluppate di altre che li interessavano. La validità di uno schema di pianificazione dovrà quindi essere misurata prima di tutto considerando sia un possibile riscontro esatto dei fattori dello sviluppo, sia il senso che i suoi redattori leggono negli indirizzi futuri. Se mai esiste una consapevolezza degli urbanisti, simile a quella che si formano gli architetti e se ma i sono iniziati gli studi per chiarire le basi della pianificazione spaziale, queste connotazioni andranno ricondotte all’interno del contesto di un’economia e di una sociologia parzialmente orientate. La formazione di base degli urbanisti si è per certi versi trapiantata negli studi architettonici. Allo stato attuale delle cose sarebbe auspicabile i questo senso iniziare partendo dall’economia o dalla sociologia, per ciò che riguarda l’insegnamento. O da una teoria dello sviluppo in cui il sistema economico e la società siano concepiti dall’esterno in termini dinamici co funzioni spaziali a costituirne i fattori principali.

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Se è vero che le nostre città sono diventate più grandi e più compatte, esse potrebbero essere riabilitate nella loro qualità e potrebbero essere considerate in relazione a una base biologica sana, attraverso un tipo di organizzazione simile al vecchio programma che voleva più luce, più aria e più sole. E in realtà gli architetti si sono impegnati in un programma di questo tipo. Nella Carta di Atene questo programma era riassunto in tesi e in proposte avanzate per la loro realizzazione, dalla Siemensstadt, da Dammerstock alla Unité d’habitation .

X Módulo_de_vivienda_tipo_de_Unité_d´Habitation

Le Corbusier, “Unità d’abitazione, alloggio tipo su tre piani”

Ma il fatto che le linee oblique,le zone verdi continue e le strutture a torre non abbiano avuto seguito e che l’appello angosciato per la luce, per l’aria e per il sole sia diventato un concetto allargato e sia cresciuta la protesta contro l’estensione deleteria dello sviluppo edilizio sulla campagna, contro la concentrazione in aree limitate e contro il caos del traffico, mette in luce il fatto che il problema urbano non è solo principalmente un problema quantitativo. In primo luogo, il problema non è  quello del formato e della densità. Ciò a cui ci opponiamo è un processo di trasformazione in cui la città viene rimpiazzata dal centro commerciale, amministrativo e culturale e, conseguentemente, per così dire, dissolta. Secondo questa prospettiva, la città è una forma di organizzazione che data dalla cultura neolitica con la sua specializzazione di mestieri e di amministrazione. Questa forma di organizzazione è troppo coercitiva per una civilizzazione industriale. La ferrovia, il telefono e l‘ascensore hanno determinato per primi la densità della città. I nodi ferroviari sono luoghi privilegiati per la produzione, per l’amministrazione e per la distribuzione. La rivoluzione agraria, iniziata in Olanda, ha spostato nelle città la popolazione eccedente delle aree rurali. I poderi stanno fianco a fianco con le fabbriche. Il raggio all’interno del quale si può sopravvivere è determinato dalla cerchia ferroviaria, dalla metropolitana e dai tram. La città è, secondo l’antica concezione, una intersezione delle vie di trasporto. La tendenza attuale nella civilizzazione moderna è quella di scappare dalle città. A differenza di quanto avveniva nel diciannovesimo secolo, l’industria ha bisogno di più sazio. Non vanno bene edifici a più piani, c’è bisogno di fabbriche a un piano. C’è bisogno di una riserva di spazio per ogni singolo lavoratore. C’è bisogno di posteggi e di aree per i servizi sociali e per lo sport. Gli insediamenti per lo sviluppo della ricerca hanno bisogno di quiete e di isolamento. Dal momento che il lavoratore dipendente passerà ogni giorno tre quarti d’ora nel percorso casa – lavoro, le sedi della produzione industriale tendono a collocarsi in zone raggiungibili in tale tempo. Questo disimpegno è reso possibile dall’automobile. Il trasporto non è più prerogativa della ferrovia; può estendersi a tutta la campagna,mentre prima era limitato alle linee ferroviarie e alle stazioni. Con la sua auto l’impiegato può seguire l’industria verso nuove collocazioni. E non solo con l’auto; può spostare anche la sua casa. Le case unifamiliari costruite nelle periferie a cavallo del secolo stanno degenerando in slums. Il centro della città è lasciato alla povera gente, ai piccoli affaristi e agli uffici. Chi ne ha la possibilità va ad abitare nei suburbi della metropoli, nella cintura. E, come è disposto a sopportare 45 minuti di auto dalla città al posto di lavoro, così gli risulta indifferente impiegare lo stesso tempo per andare in auto fino a dove si trova una nuova sede di lavoro. Il più delle volte , là, incontra i flussi delle persone che scorrono dalle città confinanti. L’auto e la televisione rendono possibile un’indipendenza relativa dal luogo di residenza. C’è una tendenza centrifuga anche per quanto riguarda l’area che interessa il tempo libero. Mentre prima la gente andava a fare quattro passi fiori porta,adesso si assiste periodicamente a un assalto alla montagna, al mare, ai boschi. In estate metà Stoccolma va al mare, anche se le condizioni di vita in quella città sono in molti casi ideali. La gente di Monaco e di Milano va a sciare a fine settimana in zone di villeggiatura urbana pressoché meccanizzata. I magazzini e i negozi seguono l’andamento della produzione e della costruzione. Non è lontano nel tempo il momento in cui i negozi migliori e i servizi più adeguati non saranno più concentrati nel centro cittadino. La mancanza di spazio per i parcheggi sta causandola prima preoccupazione. Alcune città hanno già raggiunto una soluzione costruendo una seconda città molto al di fuori della prima. Ne seguiranno una terza e una quarta. Invece di seguire una tendenza centralizzatrice caratteristica di una cultura artigianale, la nostra civilizzazione industriale sta facendo del decentramento nelle aree vuote una sua necessità. Nello stesso tempo l’agricoltura sta perdendo la sua importanza nell’economia generale. Continuerà il movimento dalle aree rurali verso la città e tra la città e la campagna, verso le zone cosparse di case unifamiliari. Tutto questo sviluppo va nella direzione sbagliata ma è la conclusione cui sono arrivati molti di quelli che dirigono le scelte urbanistiche, che dichiarano che le città devono essere salvate. Una volta di più si sente parlare del tema della città come di uno schema culturale. Certamente la sua fisionomia storica è più vitale di quella delle nuove città – dormitorio. E sicuramente l’inorganica scompostezza attuale dell’aperta campagna caotica. Ma pianificare significa saper regolare i processi emergenti; significa saper essere attenti alle idee dei privati, onde evitare il fallimento, se non la bancarotta, della pianificazione, così come oggi la possiamo constatare.

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“Salvate la città!” è un nuovo accorato appello collettivo. Quello che vuole significare è che l’area urbana congestionata, con la sua concentrazione di funzioni multiformi, contrasta con il modello di città verde diffusa proposta dagli architetti moderni. La salute mentale della comunità, in quanto entità sociale, è più grande negli slums veri e propri che nella cité radieuse – afferma Jane Jacobs. Il comportamento di gruppo –asserisce – è più naturale. Questa tesi è stata confermata da William H. Whyte nei suoi studi sui suburbi. Quali sono i fattori avversi? L’estetica dell’acciaio, del vetro e del cemento incastrata nel verde pubblico? Il fatto che il problema della progettazione della città moderna possa essere ridotto a questa semplice alternativa getta una luce nuova sulla bancarotta della teoria in fatto di edilizia. Bisogna essere cauti nei confronti del concetto secondo cui la concentrazione e la decentralizzazione siano fenomeni opposti, così come è implicito nella teoria dei sistemi. Ci può essere concentrazione anche quando i vari centri di gravitò siano dilatati nello spazio. Non è legittimo addurre la dissoluzione delle moderne città dormitorio come testimonianza in favore del vecchio tipo di strutture urbane. Anche prima che l’idea dell’unità del circondario diventasse di uso comune, veniva dimostrato che una città dormitorio senza centri di autonomia urbana era costretta al declino. Chiunque giunga alla conclusione che il vecchio tipo di città debba essere preservato o restaurato, si comporta come ci vuole curare la malattia con gli strumenti che l’hanno determinata. Nei fatti, è stata l’adesione ostinata al vecchio concetto di città la vera responsabile della nascita di questi suburbi stonati e senza anima. Il rifiuto della divisione della città in zone ha impedito al modo di vivere urbano di svilupparsi al di fuori dei confini della veccia città centrale. E ora che la veccia città centrale si sta avviando al declino, i suburbi stanno facendo da capro espiatorio per il deterioramento della vita urbana. In Germania, fino a non molto tempo fa, la pianificazione ha concentrato la sua attenzione quasi elusivamente sulle città interne e l’ammonimento doloroso dell’America non era gradito alle orecchie di quei pianificatori che nello stesso tempo avevano lamentato la distruzione della campagna. Considerarono come n trionfo morale il reale fallimento della loro progettazione, che ha causato la distruzione della campagna ad opera dello sviluppo selvaggio delle abitazioni. Quanto è successo al di fuori dei confini urbani – affermano – non ha niente a che fare con la città. Uno sviluppo non controllato all’esterno della città ha portato a una forma caotica di civilizzazione e si accoglie come una provvidenza il ritorno a un’idea di nucleo di città. è come se i nostri pianificatori fossero caduti vittime di una protesta pubblica. Per qualche tempo ora sono colpiti nella dignità conferita dalla inviolabilità culturale.

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La soluzione sarebbe quindi quella di progettare in modo interamente scientifico e oggettivo r lasciare al di fuori la politica? Supponendo che fosse riunito un gruppo scientifico ideale, con accesso a tutti i dati ce riguardano una regione, riuscirebbe questo a produrre un abbozzo di piano?

è una delle idee sbagliate che risultano dalla scienza quella secondo cui la conoscenza e l’azione non possono essere più differenziate. Quando si considera la scienza, oggi la gente è così credulona che si presume che un fisico – in teoria – sia in grado di costruire motori di automobili. Inoltre, attraverso un’incomprensione irrecuperabile, si usano i metodi delle scienze naturali, basati sulla quantificazione, nel tentativo di eliminare le debolezze della creatività umana. Parallelamente al fallimento di chi ha pianificato, c’è stata un’esplosione delle statistiche della pianificazione, che inizialmente assunse le forme semplici delle affermazioni ma poi, e in misura crescente, si mutò nelle precisazioni. Fin qui tutto bene. Ma, al di fuori delle previsioni, emerse un programma, un concetto. Al di fuori del concetto emergeva un piano. Anche in questo caso si è stabilito il progetto al computer. Ma una scienza degna di questo nome non può accettare la responsabilità per qualche cosa che va al di là del pronostico. I programmi e gli obiettivi sono il privilegio della politica. La politica non può essere alleviata dalla responsabilità della definizione di obiettivi generali e della costituzione di immagini – guida dello sviluppo sociale. Ma è lunga la strada da un obiettivo formulato a un abbozzo di pianificazione. Sviluppare un abbozzo di questo tipo oltrepassa le capacità della scienza e della politica. Il pensiero creativo è cosa diversa dal procedimento analitico del processo logico; in modo particolare, quando si occupa della distribuzione e della organizzazione dello spazio, dell’organizzazione delle dislocazioni e non solo delle grandezze; della relazione delle dislocazioni e non solo delle competenze. Considerati da questo punto di vista,gli architetti convenzionali costituiscono ancora la categoria professionale più adatta a soddisfare le domande di un pianificatore. Sono passati i giorni in cui la vicinanza con l’arte ha lasciato cadere un po’ della gloria del genio sulla professione dell’architetto. Le conoscenze specifiche dell’architetto oggi sono inadeguate, non possono metterlo in grado di far scaturire dalle combinazioni operate dalla scienza un  piano tangibile per obiettivi politici e quindi deve ancora lasciare ai politici la decisione finale, anche per quanto lo riguarda. Il progettista non perde niente del suo prestigio, se tollera la presenza dello scienziato, che può fare previsioni per quanto riguarda una teoria di sviluppo applicata. Indubbiamente perderà l’occasione di avere la sua nicchia nella storia culturale, perché avrà abbandonato il suo unico potere. Ma, in cambio, otterrà un vantaggio speciale: la prospettiva di vedere realizzato ciò che progetta attualmente. La prospettiva, cioè, di colmare gradualmente il divario tra il progetto e la realtà che oggi condanna il progetto all’impotenza.

X 45 pagina tipografica

Pubblichiamo alcuni titoli di tesi (di tema pratico e di tema teorico) prodotte negli ultimi anni da diplomati della HfG. (da “ulm – Zeitschrift der Hochschule für Gestaltung” 17/18, giugno 1966) 

Dipartimento di Costruzione

Sistema universale e integrale di panelli sandwich (1960);

Sulla storia dell’architettura russa (1960);

Progetto di abitazioni connesse orizzontalmente (1960);

Progetto di un ospedale a Bangalore (1961);

Componenti prefabbricate per scuole (1961);

Pianificazione di un quartiere residenziale. Applicazione di un sistema unificato di costruzioni (1961);

Progetto di abitazioni. Applicazione di componenti prodotte industrialmente (1961);

Nuove tendenze e problemi nella costruzione di case. Progetto Morillon, Berna (1961);

Sistema di costruzione per progetti di traffico stradale (1961);

Unità mobili (1961);

Pianificazione di un aeroporto flessibile (1962);

Edifici scolastici adattabili costruiti con elementi edilizia prefabbricati (1962);

Regole per l’applicazione di un sistema di costruzione integrale (1962);

Sulle fondazioni, lo sviluppo e i metodi dell’edilizia industrializzata (1962);

fabbrica mobile per componenti prefabbricate di cemento rinforzato (1963);

Progetto e processo d costruzione di una casa in legno montata (1963);

Un sistema di costruzioni composto di componenti prefabbricate di cemento rinforzato (1963);

Sistema di costruzione a basso costo per la Liberia (1963);

Progetto di un centro commerciale (1963);

Legislazione per gli uffici scolastici (1963);

Prototipo di un appartamento familiare con considerazione speciale dei problemi urbanistici (1963);

Progetto di un sistema di rivestimento plastico per coprire pareti esterne di edifici per uffici (1964);

Progetto di un sistema prodotto industrialmente per le stazioni di rifornimento di benzina (1964);

Modelli organizzativi di stazioni di rifornimento di benzina (1964);

Progetto di un dormitorio (1964);

Un esame dei dormitori in Germania (1964);

Strati sociali e pianificazione di un’area residenziale (pianificazione preparatoria di un distretto scolastico (1964);

Fini della pianificazione urbana e regionale (1964);

Sistema di costruzione a forma di L (1965).

 

Dipartimento di Disegno Industriale

Coltelli (1958);

Progetto di un carrozzina per bambini (1958);

Curvatura de legno (1958);

Progetto per espositore/distributore (1959);

Progetto di una bilancia per cucina (1959);

Macchina portatile con utensili rotanti (1960);

Progetto di un oscillografo (1960);

Progetto di una sedia in legno piegato (1960);

Processi di produzione e applicazione del legno piegato (1960);

Progetto di stoviglieria per hotel (1960);

Progetto di ferro da stiro elettrico (1960);

Progetto di una lampada a fessura (1961);

fattori che determinano la struttura e la forma nell’ingegneria di precisione (1961);

Progetto di uno strumento per sistema di comunicazione a due vie (1961);

Progetto di un asciugacapelli (1962);

Progetto di una macchina per la costruzione di strade (1962);

Progetto di un proiettore per diapositive (1962);

Progetto di una sedia per ufficio (1962);

Progetto di un pressa eccentrica (1963);

Fatica muscolare, un parametro nei sistemi uomo –macchina (1963);

Progetto di un tavolo da disegno con pannello portatile (1963);

Progetto di un ricevitore ERS (1963);

Progetto di un sistema modulare di macchine da vendita combinabili (1964);

La forma delle superfici minimali (1964);

Progetto di un telescopio bioculare prismatico (1965);

Sulla storia del design in Giappone (1965);

 

Dipartimento di Comunicazione visiva e Informazione

Una mostra di segnali stradali (1958);

Tecniche di comunicazione del design di esposizioni (1958);

Fotografia per la pubblicità di beni di investimento (1961);

Analisi semiotica dei manifesti (1961);

L’organizzazione dei sistemi di comunicazione nella Germania Occidentale (1962);

Analisi, valutazione critica e riprogettazione del DIN Standard 16517, elenco di caratteri per l’industria della stampa (1961);

Progetto di un sistema di segni per la tecnologia nucleare (1963);

Sulla teoria della propaganda e della pubblicità (1964).

 

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